Vorrei dedicare un pezzo ad una delle "Fifties" che amo di più, sia per la sua estetica, sia per la sua interpretazione diabolica nel film "Christine" di John Carpenter, datato 1983.
Nella foto la Fury replicata identica a Christine, di proprietà di un signore di Torino.
Intanto vediamo un po' di storia su di lei.
PLYMOUTH FURY ’58
Nel 1954 il volume di vendite della Plymouth subì una forte contrazione; questo stato di cose, convinse il consiglio di amministrazione del gruppo Chrysler a prendere immediate decisioni per il rilancio del famoso marchio statunitense. In quell’anno infatti i dati di vendita non furono confortanti, e portarono la Plymouth dalla terza solida posizione di mercato mantenuta nell’ultimo decennio, ad un quinto posto con appena (si fa per dire) 399.000 unità vendute.
Kaufman Thuma Keller, amministratore delegato della Chrysler Corporation ammise che ciò era dovuto oltre all’impegno delle commesse militari per la guerra in Corea, anche ad alcune personali convinzioni sulle forme istituzionali di una vettura, che quindi determinarono l’immobilismo dal dopoguerra nella evoluzione stilistica del gruppo Chrysler.
Era infatti nota nell’ambiente la sua convinzione, per cui una vettura valida dovesse consentire ai passeggeri di salire a bordo con il cappello sul capo.
Da qui, si intuisce il motivo del proseguire la produzione, mantenendo le goffe linee anteguerra fin oltre l’inizio degli anni cinquanta. Gli storici ricordano bene che il decennio ’50, fu di fondamentale importanza per l’evoluzione dell’industria automobilistica d’oltreoceano, gli automobilisti americani cominciavano a manifestare la tendenza a preferire per i giovani, o come seconda automobile il coupé o la sportiva, o almeno apparentemente tale.
Il boom della semplice automobile da famiglia o berlina che dir si voglia, era ormai al tramonto, i gusti dell’utenza si spostavano verso le sportive coupé o cabrio europee, vedi Porsche, Jaguar, MG ecc. ecc. Infatti in seguito a tale tendenza Ford e Chevrolet avevano pronti i prototipi di Thunderbird e Corvette.
Nel 1955, Keller al convegno del gruppo Chrysler illustrò la nuova gamma Plymouth pronta per essere presentata al Salone di Detroit e, durante una sua visita al centro design, rimase famoso l’episodio in cui i designer esclamarono “A noi non sembra male”, dopo che egli ebbe ammirato il “manichino” della nuova e avveniristica Fury, “sarà bene che non lo sia!” replicò secco Keller.
Ma la Fury del ’55 non tradì le aspettative del manager, la nuova nata riuscì fin dal primo modello a centrare i gusti e le nuove tendenze degli americani.
La Fury era nuova, attraente e veloce, ricca di accessori esclusivi, ricalcava infatti la politica iniziata da Walter Chrysler fondatore del marcio Plymouth, il cui obbiettivo fu da sempre “the best for less”, automobili molto economiche che offrivano il meglio in fatto di efficienza, longevità e dotazione di accessori, che in altre marche erano esclusivo appannaggio su vetture di lusso.
La Ply Fury presentata al Salone di Chicago il 10 gennaio del ’56 era abbastanza diversa dal modello precedente, rappresentava una rivisitazione stilistica dei modelli Savoy e Belvedere due porte hard top, di cui ereditava lo stesso chassis, con diverse appendici esterne e modanature che invece erano caratteristiche della Fury.
Infatti oltre alla verniciatura esterna bianco uovo caratteristica della Fury del ’55, il modello del ’56 aveva le stesse modanature laterali a cuneo con un inserto in alluminio dorato: il muso era ancora appesantito da un enorme ed articolato paraurti in acciaio, e da due grossi fari sotto le appendici del cofano anteriore.
All’interno la Fury era caratterizzata da sedili anteriori sdoppiati in vinile dello stesso bianco Egg-Shell della carrozzeria, con inserti in stoffa a disegno Pied de Poule. Le ruote avevano borchie stampate tipo ruote a raggi. Ma quello che realmente distingueva la Fury, era il motore; infatti i progettisti della Chrysler, per la Fury, non si limitarono a pompare un vecchio propulsore già esistente come invece avvenne in casa Chevrolet e Ford, che, sulle loro Corvette e Thunderbird, usarono inizialmente i lenti motori tratte dalle goffe berline in produzione, quindi nelle versioni successive passarono a spremere cavalli dagli stessi propulsori obsoleti e sorpassati.
La Fury venne dotata del V8 da 303 pollici cubici Polyhead, già usato sulla Windsor, e sulla Dodge Royal.
Il motore rispetto all’originale era dotato di cammes ad alzata maggiorata, pistoni bombati ad alta compressione e bilancieri speciali, oltre ad un rapporto di compressione di 9,25/1 e ad un carburatore quadricorpo; il motore così al banco forniva 240 cavalli, ma soffriva di una erogazione non brillante ai bassi regimi, cosicché a causa del peso elevato della vettura, l’utilizzo alle basse andature ne era penalizzato.
La trasmissione standard era con cambio manuale a tre velocità, ed una frizione surdimensionata; era disponibile come optional il cambio semiautomatico Chrysler Powerflite a due velocità comandata mediante pulsanti sulla console.
La Fury godeva di una eccellente stabiltà: era dotata di un sistema di sospensioni rinforzate molto più rigide rispetto alle altre vetture prodotte dalla Casa; inoltre l’aggiunta di barre antirollio all’avantreno contribuivano ad evitare pericolose imbarcate in curva.
Lo stesso giorno della presentazione a Detroit la Fury venne sottoposta ad un test a Daytona Beach sulla pista di sabbia, dove spuntò tempi di tutto rispetto per essere una vettura di serie, con una punta massima di 124,400 mph (circa 205 km/h). Si preannunciava un valido avversario per le altre case alla imminente Daytona Speed Week, ma la Nascar avvisò la Plymouth non avrebbe potuto gareggiare nella classe “Stock Car” Derivate di Serie, in quanto il nuovo modello non era in produzione dai 90 giorni minimi richiesti dal regolamento; gli sarebbe stato consentito di correre solo a fini sperimentali per la casa.
Nel 1956 la Fury costava 2866 $. Fu prodotta in 4485 unità.
Nel 1957 la gamma fu ridisegnata dal designer Virgil Exner, assunto alla Chrysler nel 1949. Egli stravolse abbastanza il progetto del modello precedente, infatti nel ’57 la Fury cambio completamente il muso, scomparvero le protuberanze del grande paraurti cromato che occupavano anche parte della bocca anteriore, lasciando il posto ad una grande semplice e bella griglia anodizzata color oro, a sviluppo orizzontale e quantomai semplice e lineare.
I fari anteriori erano diventati quattro di ugual misura e scomparve il motivo dorato presente sulle borchie ruota. I Bumpers Extenders che erano le appendici laterali dei paraurti a protezione dei parafanghi, divennero dotazione standard sulla Fury. La lunghezza della carrozzeria aumentò di 1,5 pollici, l’interasse era più lungo di 3 pollici e l’altezza diminu’ di 5,5 pollici. I cerchi furono sostituiti con altri di un pollice più piccoli, mentre i pneumatici aumentarono il diametro di un pollice.
Tra gli oprional previsti c’erano: servosterzo, aria condizionata, servofreno, sedili e vetri elettrici, pneumatici a fascia bianca e cinture di sicurezza.
Gli standardi invece includevano volante bicolore, tergicristallo a velocità variabile, lunette parasole, cuscini in schiuma espansa e orologio.
Il motore divenne un 318 pollici cubici, con due carburatori quadricorpo, e nuove testate: il grosso otto cilindri erogava 290 cavalli a 5800 giri/min.
All’avantreno la Fury del ’57 adottava sospensioni indipendenti a barra di torsione, che la rendevano più maneggevole e guidabile anche su strade sconnesse a velocità elevata. I giudizi della stampa furono entusiastici. Tranne quelli di Sports Car International che non fu molto clemente, riportando fedelmente nell’articolo, i difetti e le perplessità riscontrate dai collaudatori.
Durante il test effettuato sulla pista di Paramount, il tester considerò la Fury “una falsa auto sportiva”, avendo riscontrato vistosi problemi di fading ai freni e scarsa ripresa del motore, che non coniugavano nella realtà la linea aggressiva e pretenziosa di muscle car con le reali prestazioni offerte, tuttavia le innegabili doti di maneggevolezza e tenuta in curva vennero evidenziate a dovere.
Ne nacque così una controversia tra il gruppo Chrysler ed il famoso magazine.
Nel 1958 si raggiunse a detta degli esperti l’apice nella evoluzione del modello. La Fury ’58 era cambiata di poco esteticamente rispetto a quella precedente: all’anteriore i quattro fari erano di ugual misura, ed in aggiunta una griglia ovale identica a quella più grande venne sistemata sotto il paraurti. Per questa versione fu disponibile il nuovo motore V8, il “The Golden Commando”, così chiamato per la sua livrea dorata.
La cubatura era aumentata a 350 pollici cubici (5740 cc) e la potenza erogata era di 305 o 315 cavalli, a seconda dell’alimentazione, con i due grossi carburatori quadricorpo o ad iniezione meccanica.
Le camere di scoppio vennero ridisegnate, come anche i condotti delle testate, mentre il collettore di aspirazione si accorciò drasticamente permettendo ai gas freschi un percorso più breve.
La Fury del 1958, con il nuovo motore, ottenne soprattutto una migliore erogazione della coppia ai regimi più bassi, l’accelerazione migliorò notevolmente ed anche la velocità massima. Il nuovo test eseguito sulla pista di Paramount da diversi collaudatori famosi ebbe esito positivo sia per le prestazioni, incredibilmente migliorate, che per la tenuta di strada. Non altrettanto per l’impianto frenante che rimase quasi identico, con la sua fastidiosa tendenza al fading.
La nuova Fury ottenne tempi incredibili per una vettura di serie, dovuti oltre che al nuovo motore, anche ad una tenuta di strada migliorata.
Il tempo migliore sui due giri effettuati da Eric Hauser fu di 1’ e 55”, mentre la Mercedes 300 SL in versione gara sullo stesso circuito dopo dieci giri ottenne il miglior tempo di 1’ e 47” e la Porsche Super Speedster dopo sei giri non andò sotto il 1’ e 57”.
Al Papp, altro famoso personaggio nell’ambiente delle gare per Stock Car, dopo averla provata, dichiarò che una Fury del ’58 preparata per quel genere di competizione, avrebbe potuto senza alcun problema ottenere un tempo di 1’ e 47” sul giro.
Le serie successive della Fury a partire dal 1959, subirono degli adeguamenti dovuti al periodo di recessione economica degli USA in quegli anni, di conseguenza il modello subì anche numerosi restyling. Negli anni successivi infatti la Fury venne prodotta in versione Sport, Berlina e Wagon. Si perse quindi la caratteristica trainante del modello, che la proponeva come “purosangue” della produzione Plymouth. Il modello del 1958 fu prodotto in 5503 esemplari, e costava di base 3067 dollari. Attualmente dai collezionisti la vettura è molto richiesta in virtù del suo particolare passato come antesignana delle Muscle Car, tornate poi di moda negli USA verso la seconda metà degli anni Sessanta, e del limitato numero di esemplari prodotto.
Il valore approssimativo per un esemplare in perfette condizioni è di 20,000 $.
E ora passiamo al perchè divenne una star su pellicola.
Il film "Christine" è tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King, il quale ha sempre avuto una passione per questo modello, al punto da ritrarlo anche in altri film tratti da suoi bestseller.
Qui ad esempio la vediamo in una comparsata ne "L'occhio del gatto", film famoso anche per la celebre canzone dei Police "Every breathe you take".
Dicevamo della passione per King per questa Plymouth (l'ha infilata anche in un recente lavoro cinematografico intitolato "Riding the Bullet", dove uno zombi da un passaggio al protagonista a bordo di una Fury bianca e rossa, model year leggermente differente.. ma la citazione è evidente) che lo portò a scrivere un romanzo dove questa Fifties posseduta veniva ritrovata da un ragazzo un po' sfigatello, di nome Arnie Cunnigham, il quale la restaurava e col tempo ne veniva sempre più posseduto, cambiando caratterialmente fino a perdere tutti gli amici, mentre una serie di morti misteriose colpiva tutti coloro erano stati cattivi col povero Arnie in precedenza.
Lei amava lui e faceva di tutto... ma pretendeva il suo amore in cambio, tutto per sè.
Al punto da metterlo contro anche il suo migliore amico Dennis e la sua fidanzata Leigh, i quali furono protagonisti del rocambolesco finale in cui Arnie perse la vita e lei cercò di vendicarsi prima di venire... sodomizzata direi che è la parola giusta, da parte di Dennis a bordo di un cingolato Caterpillar. (un paio di foto del set)
Le Plymouth utilizzate in questo movie furono secondo alcune fonti, 13, secondo altre 15.
Molto poche però erano le vere Fury. La maggior parte erano Belvedere, la "sorella povera" diciamo, che differiva per alcuni dettagli estetici che ovviamente vennero modificati per renderle tutte uguali.
Se ne salvarono soltanto due, e oggi non è ben chiaro di chi siano in possesso.
Tutte le altre vennero distrutte durante il making del film, tagliate, accartocciate, incendiate (memorabile la scena in cui "Lei" aggredisce dei poco di buono ad una stazione di servizio, precipitandosi dentro e facendola esplodere, per poi uscire completamente avvolta dalle fiamme ed inseguire l'unico superstite rimasto).
Non furono poche le reazioni da parte dei collezionisti, per lo scempio, visto che si trattava già di un modello molto raro.
Alcune vetture erano strettamente di serie, altre vennero modificate nel motore e nell'assetto per essere più performanti.
Una cosa che le accomunava era la tinta, completamente sbagliata.
In primis perchè si trattava di un rosso Ford, ed inoltre perchè storicamente sarebbe stata una livrea impossibile, dato che la gamma '58 non prevedeva, nella realtà, la colorazione rosso-tetto bianco.
Le Fury utilizzate nel film sono visibili nella prima scena, alla catena di montaggio, tutte bianche tranne lei, che spicca col suo rosso demoniaco.
Una di queste venne "invecchiata" a regola d'arte, per recitare la parte del "relitto" ritrovato da Arnie nelle prime fasi del film.
Un'altra discrepanza tra film e libro sta nella versione descritta... King nel libro descrisse in vari punti la Fury come una quattro porte, modello che effettivamente esisteva.... ma Carpenter la portò su pellicola a due porte, per il semplice fatto che di quattro porte non se ne trovava abbastanza.
Una mia considerazione personale a chiudere, per il momento... è che King fece centro scegliendola. Molte sue caratteristiche stilistiche secondo me la rendono non solo una delle "Fifties" più belle, ma anche una delle più adatte ad interpretare una "str...za" a quattro ruote, specie nel frontale, che ispira davvero qualcosa di poco amichevole.
(se qualcuno ne fosse appassionato o se la cosa dovesse interessare, ho diverse foto del set recuperate qui e là.. sapete bene che a me piacciono gli "inside"però ora non le ho postate perchè credo che in teoria dovrebbe essere più un topic sull'auto che sul film.... però se dovesse andare bene, le posto
)
Per gli appassionati del V8 questo film è carino anche per l'inserimento nella colonna sonora di sound motoristici molto efficaci, che celebrano il tipico sound dei big e small block di Detroit & Company.
"La sua infinita tenacia, la sua furia indomabile."
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