La gravissima crisi in cui è precipitata negli ultimi anni l'industria americana dell'auto ha i nomi soprattutto di General Motors e Ford, alle prese con drastici piani di ristrutturazione e impegnate nella ricerca di alleanze internazionali di difficile realizzazione. Nei primi anni del nuovo millennio la Chrysler era infatti riuscita a non farsi prendere da questo gorgo, dopo essere stata rilanciata prima da Wolfgang Bernhard (ora a capo del brand Volkswagen) e poi da Dieter Zetsche, successivamente chiamato a dirigere l'intero gruppo DaimlerChrysler.
Ma il 2006 sta segnando una pericolosa inversione di tendenza anche per la Casa di Auburn Hills che lo scorso anno era stata l'unica delle "big three" a recuperare quote di mercato negli Stati Uniti. Le attuali difficoltà del Gruppo vanno ricercate nel costante rincaro dei prezzi dei carburanti e nel sempre minor appeal dei grandi "truck" (ossia monovolume, Suv e pick-up) presso i consumatori locali.
Proprio ieri, Zetsche ha dovuto ammttere che al termine di quest'anno non sono da attendersi profitti (dopo ben dodici trimestri in nero consecutivi). DaimlerChrysler è stata costretta a lanciare un "profit warning" proprio per la situazione difficile della divisione americana e Zetsche ha anticipato che la produzione del terzo e quarto trimestre subirà una pesante flessione, anche per limitare gli stock di invenduto giacenti nei vari impianti sparsi per gli States. La produzione del periodo luglio-settembre è stata ridotta di 90 mila veicoli, ai quali se ne aggiungeranno altri 45 mila nell'ultimo trimestre. Tagli nettamente superiori alle previsioni iniziali.
Per il rilancio, i piani di Chrysler sono concentrati su un progetto di small-car da lanciare negli Usa e per il quale è alla ricerca di un partner. L'attenzione sembrerebbe orientata verso i marchi asiatici (si parla di Hyundai, Mitsubishi o di Chery), ma non è escluso un accordo con un costruttore europeo.
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