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Mi permetto di raccontare un fatto che forse potrà dare la misura dei limiti della cultura sindacale in Italia.
Grossa azienda ha necessità di effettuare un'accelerazione dei lavori visto che il committente, onnipotente, ha un bel giorno deciso che i tempi originariamente previsti in contratto erano troppo lunghi.
L'azienda si fa una botta di conti e capisce che con i ritmi ordinari di produttività e con normali misure di carattere organizzativo non ce la può fare... ci va vicina ma niente di più, anche perché fra i lavoratori vi è un'alta morbilità (alcuni lavoratori si beccano tutte le influenze, dalla spagnola alla neozelandese passando per quella mongola). Invece di tirar fuori la frusta, si decide di rendere i lavoratori partecipi degli obiettivi aziendali e ciò attraverso specifici incentivi.
Convochiamo i sindacati, esponiamo i problemi (fra cui l'eccessiva morbilità che è palesemente al di fuori di ogni normalità) e proponiamo l'istituzione di un premio di produzione straordinario (leggasi soldi, fra l'altro neanche pochi) a favore delle sole squadre e dei soli settori che, in base ad indici oggettivi di produttività correlati al piano lavori e ai suoi step intermedi, avessero rispettato gli obiettivi prefissati.
Apriti cielo, discussioni a non finire, siamo stati accusati di voler fare discriminazioni, di voler violare il principio(?!) che tutti i lavoratori sono uguali. Ci siamo incontrati 4 volte in due settimane ed il massimo che siamo riusciti ad ottenere è stato il "permesso" di erogare un premio a tutti i dipendenti della produzione, bravi e carri rotti, nella stessa misura, al massimo proporzionato al livello retributivo, qualora, alla fine dei giochi si fosse riuscito, per culo, a concludere la commessa nei nuovi tempi stabiliti dal committente.
Inutile dire che abbiamo mandato al diavolo i sindacati ed abbiamo agito in via unilaterale, la società ha dato il premio alle squadre che raggiungevano gli obiettivi in base ai criteri che aveva esposto in precedenza ai sindacati.
La commessa è stata ultimata in tempo, molti lavoratori hanno ricevuto il premio per il rispetto degli obiettivi che i sindacati consideravano "fantascientifici", ed il tutto si è concluso senza neppure far gran ricorso allo straordinario, mentre, ed è la cosa peggiore, gli stessi sindacati remavano contro nelle assemblee.
Ultima modifica di loric; 23-11-2009 alle 19:23
Ragazzi però non è del tutto vero che in Italia i gruppi esteri non hanno mai scelto di stabilire una propria presenza SOLO per colpa dei sindacati. Diciamo che i costruttori nazionali (IL costruttore) ha molto opportunamente fatto in modo di non avere altra concorrenza scomoda in casa (i tedeschi non sono i soli ad essere protezionisti) ed ha rinunciato ad alcuni privilegi solo quando non si è potuto fare diversamente, per adeguarsi alle norme comunitarie. Vi voglio ricordare che fino agli anni 80/90 vi erano dazi in Italia sulle auto di provenienza giapponese, voluti ed ottenuti dall'industria nazionale: vi pare che i giapponesi scegliessero l'Italia per costruirci una fabbrica?
Con questo non voglio dire che il clima sindacale incoraggi chiunque viene dall'estero ad investire pesantemente in Italia, anzi la penso sull'argomento come voi, ma cerchiamo anche di esser un poco equanimi.
I dazi erano anche europei non solo italiani. Ed erano ampiamente bilanciati dalle regole astruse (attualmente ancora in vigore) che Charlie utilizza(va) nel mercato interno sulle import.
Questo non ha impedito a Honda di stabilirsi ad Atessa. Vogliamo indagare chi ha favorito la cosa??
i dazi erano il minore dei problemi per i jap pre 2000. le auto erano contingentate-un tot all'anno- (mi sembra fino al 2000) per quello fecero le fabbriche in EU. per evitare il contingentamento.
cmq i Jap AUTO non sono in Italia per 2 motivi:
a) costo del lavoro o cmq inferiore competitività
b)pochissima voglia da parte della politica di infastidire il Gr. Fiat. (i Jap in EU sono fuori praticamente solo da Germania e Italia)
E nessuno è in Jap. Il mercato TOTALE import in Jap non arriva al 5%.
Digiaammolo...![]()
beh qui stiamo parlando di auto non di motociclette, se per questo anche la Yamaha ha anzi purtroppo, visto quello che sta succedendo in questi giorni, aveva uno stabilimento in italia.
Per quanto riguarda la produzione di moto l'Italia penso che non sia seconda a nessuno in Europa e chiaramente anche i Jap sono stati attirati dalla grande tradizione motoristica e dalle ottime maestranze locali ad investire qua.
Se non stiamo attenti però rischiamo di perdere anche pezzi importanti dell'industria a 2 ruote, come appunto sta avvenendo con la Yamaha che si sposta in Spagna.
certo. questione di prodotto e competitività della filiera.e ci sono 6-7 aziende jappo super competitive una contro l'altra nel mercato domestico.
non penserai mica che il jappo medio faccia la fila per comprarsi una 500? ha UNA MAREA DI ALTERNATIVE NAZIONALI.
Cosa MAI esistita In Italia negli ultimi 30 anni almeno.
ricordati chi ha minato alla base le Big Three. non certo gli europei. col prodotto.
Ultima modifica di Matteo B.; 24-11-2009 alle 15:30
Verissimo, firmerei per essere al 70% di quello che fanno loro...
Però è altrettanto vero che nessuno investe per produrre in loco. Non so cosa ci sia sotto, oltre al fatto che (guardacaso) non ci sarebbe ritorno in volumi (però bmw in USA da quando è in loco ha fatto quasi X10 i volumi).
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