Scatole straniere per eni ed Enel
A chi appartengono due tra le maggiori multinazionali italiane? Il capitale sociale di Eni e Enel è detenuto per una quota di poco superiore al 20% dal ministero dell’Economia. Un altro 10% circa è in mano alla Cassa depositi e prestiti, che fa riferimento allo stesso ministero. È la maggioranza relativa: questo significa che il governo, e il ministero dell’Economia in particolare, è l’azionista di riferimento e controlla le due società. Lo stesso ministero che, tanto nella passata gestione quanto nelle prime dichiarazioni del neo-ministro Giulio Tremonti, sembra volere porre la lotta all’evasione e all’elusione fiscale come massima priorità.
È quindi interessante l’esame dei bilanci consolidati delle due compagnie, nei quali decine di pagine sono occupate da fitti elenchi di società controllate e collegate nei più svariati Paesi del mondo. Per quanto riguarda l’Enel, il Delaware fa la parte del leone. Sono circa 60 le società controllate direttamente o indirettamente dalla capofila Enel spa e registrate nello Stato considerato il paradiso fiscale degli Usa.
Un esempio: la Sheldon Springs Hydro Associates LP (Delaware) è controllata al 100% dalla Sheldon Vermont Hydro Company Inc. (Delaware), che è controllata a sua volta al 100% dalla Boot Sheldon Holdings Llc (Delaware), di proprietà al 100% della Hydro Finance Holding Company Inc. (Delaware), che è controllata al 100% dalla Enel North America Inc. (Delaware), controllata a sua volta al 100% dalla Enel Green Power International SA, (una holding di partecipazioni con sede in Lussemburgo), a sua volta controllata da Enel Produzione spa e Enel Investment Holding BV (altra holding di partecipazioni, registrata in Olanda). Entrambe queste imprese fanno finalmente riferimento all’impresa madre, la Enel spa.
Risulta lecito domandarsi se per vendere energia sia necessaria questa incredibile serie di scatole cinesi societarie.
Tanto più che non si tratta di un caso isolato. Nel gruppo Enel troviamo società nelle Isole Vergini Britanniche e a Panama, senza considerare le partecipazioni di Endesa -la utility spagnola di cui Enel ha recentemente acquisito il controllo- in imprese registrate nelle Isole Cayman. Analogamente, mentre i nomi “Latin America Energy Holding BV” e “Maritza East III Power BV” lascerebbero supporre che parliamo di imprese attive rispettivamente in America Latina e in Bulgaria (centrale a lignite di Maritza), dal bilancio Enel scopriamo che queste società sono in realtà holding di partecipazioni con sede in Olanda. Paese che ospita oltre 20mila compagnie e imprese “nominali”, che non hanno presenza commerciale in Olanda. La Banca centrale olandese contava nel 2002 oltre 12.500 società finanziarie (Special Financial Institutions, Sfi) che erano presenti in Olanda almeno in parte per motivi fiscali. Le transazioni di queste Sfi sono ammontate nel 2003 a 3.600 miliardi di euro, oltre otto volte il Pil olandese. Proprio l’Olanda è la patria di elezione di decine di imprese controllate dall’Eni. L’azienda italiana -che gode di particolari deroghe dal fisco italiano, in virtù del tipo di attività che svolge- è presente in tutto il mondo. Scorrendo il suo bilancio consolidato, troviamo l’Agip Azerbaijan BV, la Agip Oil Ecuador BV, la Eni Algeria Exploration BV, la Eni Angola Exploration BV, la Eni Australia BV, la Eni China BV, la Eni Congo Holding BV, la Eni Croatia BV, la Eni Denmark BV, la Eni Energy Russia BV, la Eni Iran BV, la Eni Mali BV, la Eni Tunisia BV, l’Agip Caspian Sea BV, l’Agip Karachaganak BV e via discorrendo, tutte, invariabilmente registrate nei Paesi Bassi. Viene da domandarsi, all’interno della sua strategia per contrastare la fuga di capitali e l’evasione e l’elusione fiscale, quale sia il controllo esercitato dal ministero dell’Economia per evitare la possibilità di comportamenti fiscali per lo meno dubbi da parte di imprese di cui lo stesso ministero è azionista di riferimento. Un dubbio legittimo, se si ricorda che pochi giorni fa a dirigere l’Eni è stato confermato nel ruolo di amministratore delegato Paolo Scaroni (nella foto), che, come ricordava un piccolo azionista intervenuto nell’assemblea del 2007 (è agli atti), “mentre è capo di Eni, ha trovato il tempo di occuparsi dei suoi affari come privato cittadino, attraverso un trust col suo nome, ‘The Paolo Scaroni Trust’, domiciliato nel paradiso fiscale delle Isole Guernsey”.
Il trucco dello spazzolino
Le imprese multinazionali hanno messo a punto dei sistemi sempre più sofisticati per eludere ed evadere le tasse dovute. Le stime parlano di centinaia di miliardi di dollari persi ogni anno a causa di meccanismi quali l’abuso del transfer pricing. Gonfiando o diminuendo ad arte i prezzi, è infatti possibile per un’impresa multinazionale “aggiustare” i propri bilanci in modo da fare risultare in perdita
le filiali situate nei Paesi a elevata tassazione, mentre i profitti saranno concentrati
nei territori a bassa tassazione e nei paradisi fiscali. Negli ultimi anni si sono registrati casi di succhi di frutta venduti a oltre 1.000 dollari al litro, o di spazzolini da denti valutati 5mila dollari al pezzo. Questa tecnica che consiste nell’aumentare (o diminuire) in maniera fraudolenta il prezzo di trasferimento (o tranfer pricing, appunto) funziona particolarmente bene per quanto riguarda loghi, marchi e altri prodotti intangibili. È sufficiente registrare il proprio marchio in un paradiso fiscale. Tutti i beni prodotti dalla data impresa dovranno allora pagare i diritti (il copyright) alla filiale che detiene questo marchio, garantendo un flusso di denaro e di profitti dai Paesi in cui viene realizzata la produzione verso i paradisi fiscali. Questo accade perché, tranne alcune eccezioni, le compagnie devono riportare al pubblico i propri dati economici e finanziari unicamente in forma aggregata, e non suddivisi per i singoli Paesi in cui operano. In questo modo non è possibile sapere se un’impresa paga le tasse dovute in ogni Paese in cui opera o se fa uso di paradisi fiscali per eludere il fisco. Negli ultimi anni il Tax Justice Network, la rete di organizzazioni della società civile che lotta contro i paradisi fiscali (
Taxjustice Redirect), ha promosso una campagna internazionale che chiede una rendicontazione Paese per Paese dei dati economici e finanziari delle imprese multinazionali (“Country by Country reporting”). Si tratta di una richiesta elementare, senza praticamente nessun costo aggiuntivo per le stesse imprese.
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