Fiat, ora impara da Hyundai
Passato il referendum su Mirafiori, l'azienda torinese non ha più alibi: deve tornare a essere competitiva con i concorrenti che fanno risultati migliori. Come i coreani, ma anche Bmw, Peugeot, Volkswagen e Ford
La partita clou dell'anno? Germania-Corea del Sud. È davvero un sorprendente campionato mondiale, quello dell'auto planetaria. Nella culla delle quattro ruote - 125 anni fa in Germania Carl Benz brevettò il primo veicolo a motore a tre ruote mentre il suo futuro socio Gottlieb Daimler progettava la prima auto a quattro ruote - le vendite nel 2010 sono calate parecchio, eppure per le marche tedesche l'annata è stata da record, soprattutto grazie alla corsa all'acquisto del goloso pubblico cinese. Ma dall'altro lato del mondo, a Seul, cresce un pericoloso antagonista, quel gruppo Hyundai-Kia che è diventato il quarto nelle vendite globali, con una gamma giudicata tra le più complete in circolazione e i nuovi modelli piacevoli anche agli occhi della sofisticata clientela occidentale. Non manca un campione in affanno: non è bastato alla Toyota mezzo secolo di utili senza mai sgarrare e la conquista, un paio d'anni fa, della leadership nelle vendite mondiali, il drammatico scivolone dei 10 milioni di richiami di vetture difettose negli Stati Uniti e il primo bilancio in rosso l'hanno fatta scivolare indietro nelle preferenze degli analisti industriali. E in Borsa, l'anno scorso, è stata la meno brillante, mentre le azioni delle rivali filavano come delle Formula 1.
Dalla grande recessione la mappa dell'industria automobilistica mondiale è uscita completamente ridisegnata. La previsione che qualche anno fa vedeva imminenti mega concentrazioni e la sopravvivenza di soli cinque grandi gruppi, è stata smentita. Restano in piedi tutti i vecchi giocatori, anche se in qualche caso dimagriti. In Oriente sono appunto esplosi i marchi coreani; l'innovazione tecnologica dell'auto ibrida ha tenuto a galla le case giapponesi; hanno ripreso fiato gli americani, anche se con con modalità diverse: Ford si è concentrata sul marchio di famiglia, General Motors ha fatto pulizia nel troppo vasto portafoglio di brand, la Chrysler è tornata in pista dopo un 2009 da incubo, grazie ai sacrifici dei lavoratori, all'appoggio del governo e l'attivismo di Sergio Marchionne.
Quanto alla Vecchia Europa, i gruppi francesi passati attraverso la crisi strappano la sufficienza piena mentre la Fiat resta sotto esame. Ma è l'industria tedesca che ha davvero il vento in poppa, Opel a parte, che però appartiene a General Motors. Osservare le evoluzioni del settore automobilistico dall'Italia fa toccare con mano le differenze di passo tra noi e gli altri. Nel 2010, le immatricolazioni di auto e veicoli commerciali leggeri ha superato nel mondo quota 70 milioni e tra gli analisti c'è chi azzarda, per quest'anno, un incremento addirittura del 10 per cento. Da noi, invece, produzione e mercato boccheggiano. La vicenda di Mirafiori tiene banco e c'è il rischio concreto che le 650 mila vetture costruite l'anno passato non siano un picco negativo eccezionale ma la nuova normalità. La Fiat perde quote di mercato a ritmo vertiginoso in Italia e in Europa, eppure il suo gran capo Marchionne è una delle star dell'industria planetaria e negli Stati Uniti piace ai democratici, ai repubblicani e pure al sindacato. Nelle infuocate giornate dello scontro con la Fiom, il boss svizzero-italiano-canadese ha posato la prima pietra del nuovo stabilimento della Fiat in Brasile, il paese dov'è leader di mercato da anni e che sta dando ossigeno ai conti del gruppo, ed è salito al 25 per cento nella Chrysler, omologando per gli Stati Uniti un motore a benzina che garantisce 40 miglia di strada con un gallone di benzina (17 km con un litro).
Con gli aiuti di Stato o con i modelli azzeccati, tagliando i costi e chiudendo le fabbriche (soprattutto in Nord America, dove è stata ridotta di 1,5 milioni di veicoli la capacità produttiva), i conti ufficiali dei grandi gruppi hanno chiuso in utile. Il settore, che due anni fa pareva inesorabilmente in ginocchio, oggi appare tutt'altro che maturo. A Detroit, dove da lunedì 10 gennaio è in corso l'edizione 2011 del Naias, il salone automobilistico più importante d'America, i pianti di due anni fa hanno lasciato spazio a un ottimismo generalizzato. Ma la situazione è ben diversa sulle due sponde dell'Atlantico.
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