La fabbrica siciliana della Fiat a Termini Imerese, non ha ragione di esistere dal punto di vista finanziario. Lo scrive oggi il Financial Times che dedica una lunga analisi alla fabbrica, definita un indicatore per il gruppo automobilistico e per il futuro politico ed economico dell'Italia.
Dalla Sicilia i sindacati rispondono. Il segretario della Fiom di Termini Imerese, Roberto Mastrosimone sottolinea come "l' aspetto inquietante è che questa sortita arriva in un momento delicato per la Fiat e che si parli dello stabilimento di Termini Imerese come di un sito assistito dalla politica" in modo che se emergessero delle difficoltà "sarebbe più facile ridimensionare o chiudere" lo stabilimento.
Per il Financial Times, la fabbrica siciliana è relativamente piccola e i costi dei trasporti delle forniture e delle spedizioni della maggior parte dei prodotti rende impossibile ottenere la redditività. "Non c'è stato nessuno in grado di spiegarmi perchè abbiamo una fabbrica qui", disse l' ex presidente Fiat, Paolo Fresco, poco prima della sua estromissione. La risposta generica è: politica, afferma l'FT.
Termini, osserva il quotidiano della City, è diventata simbolo non solo della strana realtà dell'economia siciliana, ma anche delle paure del paese sui problemi della Fiat. La fabbrica Fiat, con la sua forte dipendenza dalle altre fabbriche Fiat e la politica aziendale di rotare i manager ogni due anni, è riuscita a rimanere fuori dalla grinfie del criminalità organizzata. Ma, con 1400 dipendenti e una produzione di 100mila auto all'anno, è una frazione delle fabbriche più efficienti della Fiat, inclusa quella di Melfi, che produce 450 mila auto con 5000 lavoratori.
A causa dei costi del trasporto, una Fiat Punto costa 200 euro in più se viene prodotta a Termini e tale costo, per un' auto che viene venduta a 12000 euro, spazza via alla fonte ogni guadagno. Il futuro di Termini rimane incerto, osserva il Financia Times, anche se il gruppo promette di lasciare aperta la fabbrica e tempo indefinito. Fiat Auto continua però a perdere soldi e potrebbe anche essere venduta. Un nuovo proprietario della fabbrica di Termini potrebbe evitare più facilmente le pressioni politiche e chiudere la fabbrica, con o senza la costruzione del ponte sullo stretto di Messina.
"C' è un' analogia tra quello che scrive oggi il Financial Times e ciò che successe due anni fa - afferma il segretario della Fiom di Termini Imerese e delegato alla Fiat, Roberto Mastrosimone - quando proprio il giornale economico titolò sui conti della Fiat e fu il preludio della crisi che si aprì subito dopo, con il gruppo di Torino che annunciò la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese".
"Per certi versi l' analisi del Financial Times non ci sconvolge - aggiunge il sindacalista - Siamo perfettamente consapevoli che lo stabilimento produce al 50% della sua capacità, cosa che denunciamo da tempo e contro la quale ci siamo battuti. L' aspetto inquietante, invece, è che questa sortita arriva in un momento delicato per la Fiat e che si parli dello stabilimento di Termini Imerese come di un sito assistito dalla politica". Il messaggio, secondo la Fiom, è chiaro: "Si vuol far passare il concetto - sottolinea Mastrosimone - che se la fabbrica è ancora in vita lo si deve alle pressioni sociali e politiche nei confronti del Lingotto e del governo nazionale. Ciò significa che se lo stabilimento fosse ceduto a un produttore estero, per esempio a General Motors, di fronte a un' eventuale crisi sarebbe molto piùsemplice resistere alle pressioni e sarebbe, quindi, più facile ridimensionarlo o chiuderlo".
Sull' articolo interviene anche il segretario siciliano della Fiom Cgil, Giovanna Marano. "Mi auguro - dice - che il Financial Times non abbia qualche informazione su un' eventuale scorporo dello stabilimento di Termini Imerese dal gruppo di Torino, magari fornita da chi è interessato a rilevare la fabbrica". "Siamo ben consapevoli - aggiunge Marano - che Termini Imerese è l' anello debole della catena Fiat e che il gruppo sta attraversando un momento di crisi. Proprio per questa consapevolezza ribadiamo ai dirigenti del Lingotto e ai governi nazionale e regionale che la Fiom è pronta a contrattare il rilancio della fabbrica".



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