Il ministro delle Riforme: "Solo io mi sono comportato responsabilmente"
Poi ai suoi colleghi di schieramento: "Potevano aspettare prima di parlare"
Gheddafi: "Ministro razzista e fascista"
E Calderoli attacca la maggioranza
Fini: "Le minacce del Colonnello sono solo un'arringa da comizio e non aiutano"
ROMA - Continua, con toni molto accesi, la polemica tra il leader libico Gheddafi e il governo italiano. Una storia che s'intreccia tra le reazioni alle vignette contro l'Islam, la maglietta indossata dal ministro Calderoli e, addirittura, con il mancato indennizzo del nostro Paese dei danni coloniali a danno della Libia. E mentre il vicepremier Fini cerca di mediare, il ministro delle Riforme (in un certo senso scagionato dalle parole del Colonnello) accusa i suoi alleati di schieramento: lo hanno attaccato troppo presto. Poi, a metà giornata, vengono resi noti altri importanti particolari del comizio di ieri del Colonnello.
Gheddafi. Dopo le accese dichiarazioni di ieri sera del leader libico Gheddafi sugli attacchi al consolato di Bengasi, nei quali spiegava che le violenze erano sfociate a causa di un antico, e mai estinto, risentimento nei confronti degli italiani, il Colonnello aveva aggiunto anche che gli attacchi contro le sedi diplomatiche italiane potrebbero ripetersi se Roma si rifiuterà di risarcire a Tripoli i danni della guerra coloniale.
Verso metà giornata, però, la vicenda si arricchisce di nuovi, inediti particolari: l'agenzia di stampa libica Jana, infatti, ha diffuso il testo integrale del discorso di ieri: e così si viene a sapere che Gheddafi ha puntato il dito contro "un ministro italiano fascista che ha usato un linguaggio razzista, da crociato, colonialista e retrogrado". Un ministro che "il governo (italiano) detesta e ripudia" e che "è stato costretto a dimettersi". Attacchi che hanno come obiettivo esplicito, sia pur mai nominato, Calderoli.
Calderoli. "Oggi esigo le scuse ufficiali nei miei confronti, nei confronti della Lega e nei confronti delle persone la cui morte è stata strumentalizzata da parte di chi, nell'immediato e nei giorni successivi, ha diffuso notizie false, sapendo di mentire". Così il ministro delle Riforme, Roberto Calderoli, aveva commentato il discorso di ieri sera di Gheddafi. "Mi hanno dato del pazzo - ha aggiunto Calderoli -, mi hanno dato del buffone, mi hanno dato dell'irresponsabile, mi hanno minacciato di morte, hanno messo sulla mia testa una taglia superiore ai dieci milioni di dollari e la magistratura mi ha inquisito. Ho subìto tutto questo in silenzio e ho rassegnato le dimissioni da ministro".
"Le dichiarazioni di Gheddafi, però, - continua l'esponente leghista - oltre a rappresentare l'ennesima minaccia nei confronti del nostro Paese e della nostra sicurezza, e l'ennesimo ricatto, testimoniano che la vicenda delle magliette non c'entra nulla con l'attacco al nostro consolato a Bengasi, visto che, per ammissione dello stesso Gheddafi, il suo popolo non sa neppure cosa sia la Danimarca".
Calderoli ha poi commentato le accuse a suo carico come "strumentali" e ha aggiunto di essere stato l'unico a comportarsi "con senso di responsabilità verso il Paese, verso i propri connazionali e i nostri valori". Poi, rivolgendosi ai colleghi del suo schieramento politico, ha aggiunto: "Non chiedo certo le scuse dei rappresentanti dell'opposizione, le mie critiche sono rivolte agli esponenti della maggioranza per le posizioni che hanno preso nell'immediatezza dei fatti. Sicuramente anche il presidente del Consiglio ha avuto una risposta emotiva, e forse è stato malamente informato. Ma se fossi in Fini penserei alle parole dette in Parlamento o al fatto di essere andato in Moschea per ingraziarsi Gheddafi, che poi si è visto come ha risposto".
Roberto Calderoli
Fini. Sulla vicenda poco prima era intervenuto anche il vicepremier Fini: "Le parole del colonnello Muhammar Gheddafi - ha detto - non devono impressionare più di tanto, perché è chiaro che si tratta più di un'arringa comiziale ai suoi fedelissimi che di una responsabile presa di posizione in campo internazionale".
"Per quanto riguarda i rapporti tra Italia e Libia - spiega Fini - la posizione dell'Italia rimane quella enunciata in Parlamento e chiaramente indicata nella dichiarazione approvata dal Consiglio dei Ministri del 23 febbraio, nella quale veniva testualmente data priorità assoluta alla duplice esigenza di chiudere definitivamente il capitolo storico del passato coloniale, anche con misure altamente significative, oltre a quelle già eseguite o in corso di esecuzione, da concordare con la parte libica, che diano il segno dell'amicizia tra i due popoli, rinnovando nel contempo l'invito alle autorità libiche a dare seguito completo agli impegni sottoscritti, in particolare ai fini della concessione senza discriminazioni dei visti ai profughi italiani".
Inoltre, prosegue Fini citando ancora la dichiarazione del Consiglio dei Ministri, bisogna "continuare a ricercare con la parte libica una soluzione accettabile del contenzioso economico sui crediti che vantano le aziende italiane, rappresentando nel contempo la necessità che si ponga termine alle limitazioni tuttora vigenti sul piano normativo e pratico in Libia a danno delle aziende italiane", e su questa strada, spiega, "il governo intende proseguire".
"È di tutta evidenza - conclude poi il comunicato del ministro degli Esteri - che l'impegno deve essere reciproco e che nessun aiuto viene in questa direzione
dalle ultime parole del Colonnello Gheddafi".
(3 marzo 2006)
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