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Bacchettate/ Petrolio, a un soffio da 140 dollari. Il mercato ha snobbato l'Opec - Affaritaliani.itBacchettate/ Petrolio, a un soffio da 140 dollari. Il mercato ha snobbato l'Opec
L'Arabia Saudita alzerà la produzione ad un livello record entro le prossime settimane: lo ha confermato il sovrano dello stato arabo al segretario generale delle Nazioni Unite nel corso del fine settimana. L'incremento previsto è di mezzo milione di barili al giorno e porterebbe la produzione giornaliera saudita ad un totale di 9,7 milioni di barili di petrolio. Un'azione che probabilmente servirà poco a riequilibrare un mercato (il greggio, infatti, ha toccato un nuovo record a un soffio da 140 dollari al barile), quello del petrolio, dove lo squilibrio di fondo tra la rapidità con cui da ormai vari anni sta crescendo la domando rispetto alla crescita dell'offerta sposta sempre più verso l'alto il livello di equilibrio dei prezzi.
Se questa è la risposta "politica" dei paesi produttori (l'iniziativa dell'Arabia non mancherà di aver ripercussioni quanto meno all'interno dell'Opec), sul fronte dei paesi consumatori si assiste da giorni ad una penosa rappresentazione rituale in cui, come accaduto in altri casi (vedi l'uscita della lira dallo Sme a inizio anni Novanta) sembra che i governanti si cullino nell'idea della "speculazione cattiva" che gonfia i prezzi.
Un esempio sono le brillanti deduzioni del ministro dell'Economia e Finanza, Giulio Tremonti, che impressionato dal fatto che il volume delle transazioni finanziarie ha superato quelle delle transazioni fisiche di petrolio (ma la stessa cosa accade da tempo per preziosi e metalli industriali) pare aver dimenticato le nozioni che di solito uno studente di economia apprende al primo esame di macroeconomia.
Tremonti propone di tassare i sovraprofitti delle compagnie petrolifere e di innalzare i margini di deposito sui contratti future per "sgonfiare" la presunta bolla speculativa che sarebbe la causa ultima di un petrolio sopra i 130 dollari al barile. Ci spiace deludere il ministro e i suoi fan, si può portare il margine al 100% (se siete i governi americano o inglese, visto che le due uniche vere borse petrolifere stanno a Londra e New York), si può vietare ai fondi (hedge, fondi pensione o fondi comuni poco importa) di comprare materie prime, si può persino imitare il presidente statunitense Roosevelt che nel 1934 svalutò il dollaro e rese contemporaneamente illegale la detenzione di oro (in cui nominalmente il dollaro era convertibile).
Ma semplicemente non si può creare petrolio dove non ce n'è più. E visto che sostituire il petrolio con altre fonti (solare, eolico, idroelettrico, nucleare) è tuttora difficile, antieconomico e richiede tempo, a fronte di una domanda che cresce più dell'offerta, nel breve l'unica soluzione del problema petrolifero è che il prezzo del greggio salga.
Morale della storia: quei paesi che in questi anni si sono dotati di una politica energetica come la Svezia (uscita dal petrolio), la Francia (nucleare), la Germania (riduzione graduale della domanda) e la Spagna (eolico) guardano alla crisi odierna con un certo distacco, altri come l'Italia che per venti anni hanno preferito rimuovere il problema si agitano e aprono, a parole, la caccia all'untore. Nell'attesa di decidere che fare.




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