Petrolio/ L'inazione di governi e imprese rischia di portare a tassi reali più elevati nel momento peggiore/
Sabato 28.06.2008 10:35
Non è tempo di previsioni sul petrolio, come ha capito a sue spese un collega serio e attendibile come Alessandro Fugnoli che solo giovedì scriveva: "il greggio sembra comunque entrato negli ultimi giorni in una fase di consolidamento. Incapace di toccare i 140 dollari, trampolino per i 150, sta in realtà provando a ripiegare sugli alti 120". Ripiegamento fallito, si direbbe, per cui vale la pena di interrogarsi, come fa lo stesso Fugnoli (a Cesare quel che è di Cesare) sul come mai le elites occidentali non siano ancora in grado di prendere delle contromisure che non siano quelle sterili della "caccia all'untore" di manzoniana memoria.
Mentre i politici italiani, europei e statunitensi paiono interrogarsi su come "tagliare le unghie alla speculazione" il Nymex ha fatto sapere ufficialmente che le posizioni lunghe dei non commerciali (ossia le scommesse rialziste fatte dai vituperati fondi) sono ai minimi degli ultimi 16 mesi. Eppure il prezzo sale, anche perchè in sede Opec al di là degli sguardi mesti di circostanza sembra si sorrida sotto i baffi, pronti a bilanciare un annuncio di incremento produttivo quello dell'Arabia Saudita (200 mila barili in più al giorno da luglio, contro i 500 mila inizialmente promessi, ma con l'intesa di alzare del 50% gli attuali livelli, già record, di produzione entro il 2018), con la minaccia di un taglio, quello libico (di quanto non è dato sapere, la produzione attuale è di 1,73 milioni di barili al giorno).
L'inazione di governi e imprese occidentali (ci si sarebbe aspettato che dopo tre anni di continui rincari almeno a livello pubblicitario si tornasse a valorizzare la "risparmiosità" di un motore o di un elettrodomestico, come negli anni Ottanta, invece non se ne vede traccia al momento) è un gioco pericoloso, in parte tuttavia inevitabile perché le riserve di petrolio a buon mercato disponibili negli anni Settanta, quelli del primo shock petrolifero, si sono nel frattempo quasi esaurite e per essere rimpiazzata impongono alle compagnie di sostenere un costo industriale sempre maggiore. Insomma, il prezzo del greggio non potrà calare al livello di tre anni or sono neppure "tagliando le unghie" ai cattivi speculatori né sperando che la Cina passate le Olimpiadi decida di tirare il fiato e rallentare la propria crescita (ipotesi improbabile, se non altro per le necessità di ricostruzione post-terremoto).
Tuttavia se abituarsi ad un prezzo del petrolio e dunque dei relativi derivati è un fatto ineluttabile, il non proporre alcuna soluzione concreta al problema, a fronte di una crisi economica sempre più evidente che già tocca il reddito delle famiglie negli Usa come in Europa, è un gioco rischioso. L'inflazione da petrolio e materie prime, infatti, a un certo punto viene percepita dal mercato e dal pubblico non come un effetto "una tantum" destinato a riassorbirsi, ma come segnale dell'avvio di una fase lunga di inflazione sempre più elevata. Una percezione se anche non dovesse tradursi (come invece avvenne negli anni Settanta e Ottanta) in una rincorsa salariale rischia di indurre una richiesta di tassi reali più elevati, proprio in un momento in cui l'economia è sull'orlo di una stagnazione.
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