Via Torri. O via il ciclismo
di
Andrea Saronni.
Rubiamo al calcio, per la prima volta, questo spazio. Ma vogliamo credere che il “papà” di questo blog, il nostro grande Maurizio Mosca, sarebbe d’accordo nel trattare l’argomento del doping nel ciclismo dopo le clamorose, spiazzanti dichiarazioni di Ettore Torri, l’uomo che lo sport italiano - leggasi il Coni - ha messo a capo della lotta contro questa piaga, contro il vero e proprio cancro che ha colpito una delle discipline più amate.
“Se non fosse per i danni che può procurare alla salute, il doping nel ciclismo andrebbe legalizzato. Tanto ormai non lo estirperemo più.” Questa, in estrema sintesi, la teoria espressa da Torri, che riduce la sua missione e quella di tutta la Procura antidoping a una dimensione medica: continuiamo per difendere la salute e stop, l’etica, la logica della competizione sportiva è andata a ramengo e, a questo punto, liberi tutti: fatevi di quello che volete, chi è più furbo oggi e più fortunato (o informato) in vista del domani vincerà senza poi pagare il conto allo sport e alla vita.
La ragione con la quale Torri ha giustificato il suo sconcertante outing è la convinzione, nata dopo decine di casi e di inchieste, che tutti i ciclisti si droghino, che tutti ricorrano a mezzi illegali per vincere o - ed è questo che è spaventoso - per sopravvivere, per continuare a remare dignitosamente nel gruppo. Bene, a questo punto e conoscendo il ruolo di chi ha espresso questa convinzione, i casi sono due: o Torri lascia il posto, subito, a chi invece ha ancora voglia e determinazione per combattere il doping a costo di retrocedere a livelli cicloturistici oppure gli si dà ascolto, lo si prende per buono al 100% e si interrompe l’attività ciclistica, perlomeno quella professionistica.
Una prospettiva ai confini dell’assurdo, specie per chi, come noi italiani, adora il ciclismo e lo ritiene più di uno sport, lo sente come uno dei tanti, insostituibili pezzi del nostro costume e della nostra cultura. Però, ancora più di quelle legate al dio denaro e allo strapotere dei media - che già hanno fatto i loro danni in tanti sport - la logica di ritenere parte integrante di una disciplina l’imbroglio legalizzato è qualcosa di insopportabile. Organizziamo un tavolo di poker, sediamoci e ognuno bari a suo piacimento. Vince chi è più abile a studiare la tecnica di fregatura e non farsi beccare. Tanto vale non giocare.
Altrimenti si continua su una strada che Torri conosce forse come nessuno, che è quella di beccarli tutti, dal primo all’ultimo, e se serve agire con squalifiche durissime, da tolleranza zero, altro che “torno tra sei mesi, un anno, due anni”. Tutti si dopano, dice Torri? Benissimo: proviamolo e squalifichiamoli tutti e si ricominci da zero. Sapendo con certezza che il fenomeno è diffuso a livelli inimmaginabili anche tra i dilettanti, i ragazzini, gli amatori. Si può davvero finire nel vuoto: ma da lì, almeno, sarà possibile cominciare la risalita. Siamo davvero all’ultimo giro, questo è un cancro, e si sta avvicinando alla fase terminale. I palliativi non servono più, e noi vogliamo il ciclismo, non ci rassegniamo a perderlo. Se ci lascia la bicicletta, iniziamo a pensare allora anche a cambiare nome a quello che chiamiamo ancora sport. ”Sport” deriva dall’inglese e significa svago, diporto. “Doping” pure e invece è l’atto di usare “Dope”, droga. Ad avere cambiato significato, purtroppo, è il primo vocabolo.
6 ottobre 2010
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