Questo può essere stato in parte vero negli anni '70-'80, oggi la posizione è ribaltata. Dal 1999 si hanno statistiche ufficiali sui voti dei rappresentanti dei singoli Stati nelle deliberazioni del Consiglio: almeno in quest'ambito, l'UK è sì tra i Paesi che registrano il maggior numero di voti contrari (e in minoranza), ma... dal 1999 ad oggi ciò è successo nel 5%
dei casi. Vero che negli ultimissimi anni si è registrato un aumento dei "no".
Chiaro che: 1) la statistica è trasversale e non permette di distinguere la distribuzione del voto per aree tematiche, e 2) gran parte di questi voti è stata data su legislazione di tipo tecnico e politicamente poco "compromettente". Però comunque ce ne passa a definire l'UK un bastian contrario per natura.
Poca solerzia con le banche avrebbe significato che prestiti e circolazione di liquidità non sarebbero stati solo difficili, ma quasi impossibili, ma transeat. Io penso che l'Europa abbia parecchio da farsi perdonare in particolare su due aspetti:
- l'architettura istituzionale per far fronte alle crisi: non abbastanza ben pensata, troppo debole e incline al . Non dimentichiamo che la famosa austerity è il risultato, in ultima analisi, di una crisi extra-europea che ha colpito un meccanismo giovane, impreparato, disomogeneo; infatti:
- la troppa foga con cui si è deliberato l'allargamento, sia dell'Unione che dell'Eurozona.
Sull'altra sponda, però, anche per una incapacità stavolta dell'istituzioni comunitarie stesse - che io metto spesso in luce - ossia di INFORMARE adeguatamente e con voglia le singole comunità, troppo spesso si tralasciano fattori positivi. Ad esempio, la legislazione lavoristica comunitaria mi sembra abbia incrementato, non svilito, le condizioni del lavoro dipendente almeno per le competenze di cui è investita (due caveat: primo, l'allargamento vi pesa e non poco per la differenza di costo del lavoro; secondo, questa è ancora in gran parte materia di competenza statale); inoltre, vi invito a far visita al sito della Commissione per rendervi conto di quante opportunità di co-finanziamento esistano per PMI e non, per regioni scarsamente sviluppate, ecc.
Esempio calzante (ma paradossale), la Polonia: inizia ad avere un'economia capitalistica dopo l'ingresso nell'Unione, in gran parte grazie a fondi comunitari e a trasformazioni strutturali promosse da governi pro-comunitari e riformisti. Adesso, sono tra i Paesi che vantano governi euroscettici e pronti al referendum per uscire peraltro in un frangente di almeno minima crescita e dopo aver patito meno di altri Stati l'impatto della crisi.
L'immigrazione è il classico caso in cui la situazione negativa attuale 1) non è analizzata per capirne le vere cause e 2) la soluzione proposta da linee di pensiero come quelle dietro al "leave" soprattutto dietro a movimenti presenti altrove è peggio dell'attualità. Sul primo punto, è palese ed esplicito che il blocco "burocratico" dell'Unione è tutto meno che contrario a soluzioni comuni, mentre il veto arriva sempre dalle esitazioni campanilistiche di pochi membri; sul secondo punto, la soluzione spesso decantata prevederebbe di... esasperare queste esitazioni tornando ad una gestione ognuno per sè.