Attenzione 1: questo messaggio, molto lungo, non contiene informazioni aggiuntive a quello che si conosce ufficialmente dalle fonti FCA press e presso i siti motoristici più o meno affidabili, perciò non "arricchisce" questo post con informazioni interessanti riguardo il piano industriale FCA. Se si vuole si può evitare di leggere ☺️
Attenzione 2: questo messaggio contiene materiale sarcastico, condito da una buona dose di amarezza ma un'altrettanta di sconfinata fiducia e fedeltà a mamma Fiat.
Avvicinandomi a piccoli passi al terzo di secolo e come tutti i traguardi raggiunti nella vita si sente il bisogno intimo di effettuare un resoconto delle proprie esperienze, sconfitte e vittorie, vorrei condividere con voi quello che un allora giovinetto percepiva nelle strategie Fiat - soprattutto commerciali e di marketing- sul finire degli anni 90 e come da una parte l'incapacità del Gruppo e dall'altra la capacità di santificare il proprio prodotto da parte di quella nazione posta tra le Alpi e il Mar del Nord abbiano modificato i luoghi fisici, la società e le menti di parenti, conoscenti ed amici. Una sorta di indagine socio-ambientale del mio "piccolo mondo di provincia", basata su fatti tangibili di "vita vissuta" che potrebbe rappresentare in scala -senza velleità di corrispondere al Vero o sostituirsi ad indagini statistiche ufficiali- come è cambiata la percezione dei marchi italiani negli attuali trentenni contro i marchi delle auto a strisce nere, rosse e gialle.
Si tratta pur sempre si opinioni personali, da prendere con la dovuta leggerezza ed autoironia.
Parliamo di Scelte strategiche ed errori nel recente passato.
Parte seria. Un errore che sento di non riuscire a perdonare a Fiat è quello di aver prodotto degli eredi per dei modelli cambiando continuamente il nome e proponendoli di volta in volta come il "modello della rinascita" in un clima carico di tensione e pre-apocalittico. Mi riferisco al passaggio da Bravo/a a Stilo per poi ripiegare ancora su Bravo, da 147 a Giulietta, da 156 a 159, senza mai creare una fidelizzazione del cliente a quel modello. Ci stavano provando ancora nel 2003, con la seconda serie di Panda, poi fortunatamente Renault li "persuase" bontà loro a lasciar perdere il nome Gingo.
Parte semiseria. Un breve aneddoto di vita personale riguardo la prima presentazione di una vettura Fiat alla quale partecipai con mio padre. Ero ancora troppo giovane per capire a suo tempo alcune logiche ed il mio patriottismo (che non si è mai perso, anzi) offuscava la mia onesta intellettuale, per cui non comprendevo con realismo l'atmosfera di incertezza e ansia che si respirava alla presentazione della Stilo. Di sicuro al concessionario non si respirava aria di festa, dal momento che solo qualche anno dopo realizzai che quello che prima era uno dei più grandi concessionari della provincia di Roma (Tivoli-Guidonia) aveva ridotto di tre quarti lo spazio del suo autosalone, trasformato in supermercato (ancora oggi è così). Ancora peggio alla presentazione della Thesis. Ricordo fosse molto caldo, gran parte delle persone erano in spiaggia, e non fu di certo il momento ideale per presentare l'ennesima vettura del rilancio. La memoria va sui 4 palloncini azzurri che galleggiavano contro il soffitto e a un tavolinetto con qualche tramezzino buttato lì e ad un generale imbarazzo del proprietario (anch'esso storico, che ha ceduto praticamente tutto lo stabile alla Conad anche lui).
Al contrario ricordo (con amarezza) la presentazione della seconda serie dell'Audi A4, qualche anno prima, nel 2000. Nella bellissima cornice dei monasteri benedettini di Subiaco (RM), venne creata una struttura in metallo e vetro (e come ti sbagli) dove in una nuvola di nebbia artificiale comparve la vettura e personale in abito da sera ed il sorriso bianco perla presentava il prodotto come la cura per tutti i mali ed il non plus ultra. Fortunatamente l'Enrico Toti che è in me subodorò l'atmosfera di falsità e meschinità della merce germanica, ma non la schiera di mogli e mogliettine di Dottori e dottorini che bagnarono le loro m...dine indicando al marito quale fosse l'auto del vero uomo arrivato (dove?). Ad ogni modo penso che quella sera più di qualche ordine fu strappato. Inutile dire che quando mio padre comunicò che in caso di acquisto del nuovo gioiellen avrebbe dato in permuta una Fiat Coupè, il "commesso" prese quasi le distanze come se si stesse parlando di spazzatura. Il ritorno a casa fu mesto e amaro, evitavo il contatto visivo con quella brochure patinata color lattina, e da allora credo di aver iniziato a convivere con il mal di fegato per il mio futuro da fedele-Fiat.
In questo, ahimè, bisogna dare atto che il gruppo VAG è riuscito a giocare molto bene le sue carte martellando e mantenendo a listino modelli che, vuoi o non vuoi, rimangono icone della loro produzione: Golf e Polo su tutte (serie più sfigata o meno nell'immaginario collettivo rimane pur sempre uno status simbol, per chi ci crede ovviamente) e creando dal nulla il mito Audi ("avanguardia della tecnica"), per il quale tutti i miei coetanei hanno subìto un lavaggio del cervello così profondo (simile a quello degli utenti Apple, infatti le due cose vanno spesso a braccetto) tanto da considerarli oramai clienti persi per FCA naturaldurante. Magari ci si limitasse a questo. Non si tratta solo di adorazione di tutto ciò che è germanico, ma anche di "disprezzo" per tutto ciò che è Fiat (ovviamente per codesti figuri qualunque cosa faccia parte di FCA è Fiat-spazzatura). Perciò, oltre alla non preferenza nell'acquisto, si aggiunge una pubblicità negativa che riverberano tra i loro simili e inculcano nei parenti più sprovveduti (le mamme incerte ed ignoranti in materia di motori vengono dirottate sull'acquisto di una Polo).
Esempio di vita di quartiere. Abito nelle immediate vicinanze di un ex-stabilimento Pirelli, ora di proprietà della svedese Trelleborg, che produce gomme per uso agricolo e che ringraziando il Padre Eterno (o chi per lui) dà parecchio lavoro sia ad operai che autotrasportatori. Mi trovo quindi spesso a confrontarmi con gli operai, e naturalmente quando si ha il gene motoristico nel sangue, si finisce a parlare di auto. Premesso che ognuno è libero di devolvere in beneficenza la maggior parte del proprio stipendio (con rate decennali) alle casse di Berlino, la maggioranza di questi ragazzi, appena raggiungono una benchè minima stabilità economica, decidono di aderire alla causa tedesca con cieca fedeltà. Risultato: il parcheggio dipendenti è pieno di Golf, A3, S3 et similia. Parlando con loro esce fuori il ritratto di una persona che è stata perfettamente indottrinata al culto germanico: tali macchine vengono definite "moderne", "indistruttibili", "serie (?)", e via discorrendo. Ciliegina sulla torta è che vengono acquistate in genere auto d'importazione, perché a detta loro, cito testuali parole: "Lì non è mica come da noi, dove il mercato dell'usato è inaffidabile; lì le macchine vengono controllate e sono garantite".
Inutile dire che al suono di queste parole la mia ulcera gastrica si acuisce, il fegato si rode un altro po' e mi viene il malumore per tutta la giornata, ma il mio animo fiattaro non viene intaccato.
Nel mio piccolo, posso dire che nel giro di pochi anni almeno 4 parenti sono passati da abituali (pluridecennali) acquirenti Fiat/FCA a VAG-BMW. Compreso mio padre, che permutò la sua 156 per una X3, e con il quale non parlai per mesi considerandolo un traditore della patria e facendo finta che quello spazio di garage fosse riempito da un grosso sacco nero. Il motivo (tutto psicologico) è che percepiscono il prodotto Fiat come "povero" e che non si sentirebbero gratificati. Inoltre il fatto che molto probabilmente il modello non avrà continuità non aiuta di certo.
Parliamo brevemente di Scelte strategiche ed errori nel recente presente (tanto le conosciamo tutti).
Il non aver dato eredi ad un modello come la Punto che nel bene o nel male dal 1993 aveva creato il suo zoccolo duro di acquirenti ed estimatori dirottandoli inevitabilmente sulla concorrenza è altrettanto imperdonabile. (vedi sopra, il discorso è sempre quello).
Perciò, cara FCA, le risorse ce le hai ed i mezzi per realizzare buoni prodotti non mancano, di estimatori critici ma leali e devoti come me ce ne sono ancora un po' (1 su 4, secondo i dati delle vendite 2018), ti chiedo solo di valorizzare (non di sopravvalutarlo come gli uomini di Cruccolandia) il tuo prodotto con un'adeguata strategia di marketing. Ma ti prego, non svilirlo e umiliarlo con Rovazzi e la nonnina. Se sei all'ascolto e ti serve uno spunto, inizia da qui:
Che lo spirito di Sergione ci guidi da lassù verso un 2019 di fiduciosa attesa e di successi per il futuro.