Ricordo un articolo del compianto AutoOggi sulla Marea appena uscita. Diceva pressappoco: "Ormai la clientela del segmento D non si accontenta più di una seg. C abbellita e modificata, ma chiede un'automobile nuova, più grande, più ricca, più importante. Ecco perché è nata la Marea".
Il giornalista aveva azzeccato tutto, tranne l'ultima frase.
Il problema era proprio questo. La Fiat dell'epoca, che pure aveva una residua capacità di spendere malgrado perdesse inesorabilmente quote di mercato in Europa, specie nei segmenti alti, dormì sugli allori del decennio precedente e si illuse di poter mantenere la propria posizione andando al risparmio, contando sulla fiducia riconosciutale dal mercato italiano.
Paradossalmente, le Fiat degli anni '70, concepite esclusivamente per il mercato italiano, si vendevano bene anche all'estero. Quelle di vent'anni dopo, che si illudevano di competere nel mercato europeo, segnarono la fine del gruppo, fino alle note vicende del 2003/2004.
Credo che alla base di questo vi fosse proprio il provincialismo del management, la convinzione di potersi sostentare solo con il mercato domestico, senza peraltro riuscire a capire bene più nemmeno quello.
Ricordo un viaggio in Francia verso la fine degli anni '90. Sfogliando il listino di una rivista di auto, rimasi di sasso guardando quanto era scarno quello Fiat. Addirittura c'era ancora a listino la Tempra, che in Italia era già un ricordo.
Quelli erano gli anni buoni per riscattare il detto "fix it again, Tony", invece si lavorò poco o niente con la reputazione e l'immagine dei marchi.