La situazione è più complessa di come la si racconta. Cina ed Europa non sono affatto sullo stesso piano: sono due mondi completamente diversi per struttura economica, politica, industriale e perfino sociale. L’Europa è un insieme di Paesi maturi, saturi, regolati fino all’ossessione, con mercati frammentati, burocrazie lente, infrastrutture da adeguare e un parco circolante enorme già esistente. La Cina, al contrario, è un sistema centralizzato che può decidere una direzione industriale dall’oggi al domani, imporla a monte e sostenerla con pianificazione, filiera, incentivi e controllo politico, senza doversi impantanare ogni volta in anni di mediazioni, ricorsi, compromessi e resistenze locali. I costruttori europei hanno dormito, si sono mossi tardi e spesso male, ma in Europa non stiamo parlando di sostituire qualche prodotto a scaffale: stiamo parlando di un ecosistema gigantesco già in circolazione. Oggi nell’UE circolano circa 256 milioni di auto, 31,1 milioni di furgoni, 6,2 milioni di camion e circa 700.000 autobus, per un totale vicino ai 294 milioni di veicoli stradali. Pensare di rinnovare o convertire un parco di queste dimensioni nell’arco di dieci anni non è una passeggiata ma si tratta di una operazione industriale, logistica, energetica e sociale colossale. La Cina può ancora decidere su quale cavallo puntare e spingere tutto il sistema in quella direzione. L’Europa invece deve convincere cittadini, imprese, reti energetiche, filiere produttive, operatori logistici e governi nazionali, mentre nel frattempo deve evitare di distruggere competitività, occupazione e accessibilità economica. Per questo il confronto secco tra Cina ed Europa, buttato lì come se giocassero con le stesse regole, è comodo ma profondamente disonesto. Io comunque penso che debba essere il mercato a generare il cambiamento e non la politica.