Analizzandolo come uomo d'impresa, il fatto che ne avesse preso le redini alla bellezza di 46 anni è la dimostrazione lampante che quello non era disgraziatamente il suo lavoro.
Personalmente ne ho ammirato le grandi doti nel costruire e mantenere ottime relazioni sociali ai quattro angoli del globo, cosa che di riflesso ha pure giovato all'azienda.
Poi era un affabulatore. Il libro intervista di Enzo Biagi ("Il Signor Fiat") si legge tutto d'un fiato, non solo per l'abilità dell'intervistatore (che in verità con gli Agnelli fu sempre decisamente compiacente, quasi agiografico), ma proprio per le risposte argute e ficcanti, poco importa che raccontasse verità (i ricordi di una vita) o favole (il prosperoso andamento dell'azienda...).
Infine gli va dato il merito di aver avuto fiuto nella scelta di alcuni collaboratori, primo fra tutti Ghidella, già in forza all'azienda ma destinato inizialmente a tutt'altri incarichi, e richiamato con forza dall'Avvocato stesso alla guida del settore auto. Quanto al suo successivo allontanamento, pur essendo io ghidelliano, ne ho lette talmente tante, pro e contro, che ho rinunciato alle mie convinzioni granitiche. Limitiamoci a dire che a un certo punto non c'erano più le condizioni per la sua permanenza in Fiat...
Per tutto il resto, basta analizzare la salute dell'azienda prima, durante e dopo di lui, per comprenderne il reale valore imprenditoriale. Moltissime ombre e poche luci.
A proposito del suo amico Romiti, lo ricordo qualche anno fa a Porta a Porta, all'epoca di uno dei tanti salvataggi Alitalia, vantarsi che ai tempi in cui ne amministratore delegato lui, l'azienda andava benissimo!, e c'erano perfino dei meravigliosi corsi di formazione ogni fine settimana ad OSTUNI, a cui partecipava entusiasticamente anche lui.
E i presenti che lo osservavano come se venisse da un'altra galassia, chiedendosi probabilmente come potesse addirittura andar fiero di aver buttato in quel modo i soldi di un'azienda che grazie a quel tipo di gestione è diventata un maledetto canchero.