Perché la Ferrari una bandiera, è come la nazionale di calcio, è una delle pochissime cose che ci fa sentire un popolo, che quando vince (cioè raramente...) vince anche per ognuno di noi, riscatta il nostro atavico complesso d'inferiorità e la inconscia sfiducia nel futuro che ci attanaglia. E' una generalizzazione estrema, ma lo dico senza alcuno snobismo o intento denigratorio verso il mio paese.
Perciò, un pilota che guida per la Ferrari non è soltanto uno sportivo per cui tifare, ma una specie di papà che ci regala i trofei e non ci tradisce.
Schumacher aveva creato una simbiosi con squadra, tecnici e tifosi difficilmente replicabile. Ma l'inglese con cui si esprimeva manteneva quella sorta di impalpabile senso di incomunicabilità. Lui sapeva che doveva aggiungere anche quel tassello perché tutti ma proprio tutti lo amassero senza riserve (ed era molto geloso: si dice che avesse messo un veto sui piloti italiani in squadra per non essere scippato della sua popolarità), tra l'altro era continuamente pressato affinché ci degnasse di un discorso nell'idioma italico.
A me non è mai importato UN FICO SECCO, però ammetto che sentire Alonso raccontarci le sue gare e i suoi pronostici in buon italiano era un confortante valore aggiunto.
Tornando a Ricciardone, sarebbe sicuramente un amore a prima vista se mai indossasse in panni Ferrari, per quel mix di talento, carattere adamantino e appunto, sangue italiano. Poi, se a Maranello prendessero Hamilton, che mi parla in inglese coi sottotitoli in tedesco e trasmette la stessa empatia di un blocco di travertino, io ci metterei lo stesso trenta firme sotto
Messe da parte queste considerazioni sentimentali, sono d'accordissimo con te sul fatto che l'italianità come feticcio è un anacronismo che fa più danni della grandine. Quando diventa un criterio di scelta aprioristico, che si parli di Ferrari, di FCA o di qualunque altro settore.
La storia (anche quella Ferrari) insegna che i grandi successi sono spesso figli dell'unione tra culture e temperamenti diversi, e che quello che conta non è il passaporto ma la purezza del talento.