Ma non ho scritto che la dirigenza avrebbe dovuto privilegiare il mercato italiano, quello che volevo intendere è che la dirigenza non ha creduto nel progetto di rilancio, lasciandolo incompiuto e non rinnovando neanche i due modelli in croce che avevano realizzato.
Non lo so, è come se io volessi aprire da zero una gioielleria investendo 100.000€ e dopo sei mesi decidessi di ridurre a 80.000 l’investimento, e poi dopo ancora un anno decidessi di chiudere tutto perché l’investimento non è rientrato.
(nessuno voleva comprare gioielli nella mia gioielleria arredata in “arte povera”, mah non capisco perché)
Una serie di errori di strategia, tra investimento troppo basso iniziale, taglio assurdo nel mentre, e troppa fretta di vedere i risultati, mi fanno fare alla fine la scelta peggiore: buttare tutto nel cesso e aprire un più economico negozio di frutta e verdura (scendere al segmento B partendo dal D, addirittura lasciando scoperto il C)
Questo accade quando scambi il mondo dell’industria e il mercato di beni di valore, col mercato finanziario, quello dove puoi arricchirti o bruciare capitali in mezz’ora.
Ma industria e clientela sono cose diverse dalla finanza: il cliente lo devi coccolare per anni, se vuoi che ti resti fedele.
Se fai dodici anni di Giulietta e Mito e poi tiri fuori una vera bella macchina, e te la fai pagare il giusto, può andare bene all’inizio, ma devi essere persistente, altrimenti hai conquistato una fetta di mercato che al rinnovo del parco perderai.
E siccome quando si acquistano auto di un certo valore, si compra anche il marchio (e la filosofia che c’è dietro, come dice anche il titolo di questa discussione) se la filosofia di Alfa dev’essere questa di campare alla giornata, il marchio stesso perde valore… mancanza di serietà, di valorizzazione del prodotto, di continuità, di visione, di strategia… non fanno bene all’immagine del marchio, e di conseguenza i prodotti che hanno quel marchio sullo scudetto perdono valore agli occhi del consumatore, che non è tanto stupido da non essere in grado di confrontare l’offerta (ridotta all’osso e a singhiozzo) di un marchio con quella sterminata e continuativa della concorrenza.