Capitolo tre.
La Peugeot aveva già realizzato i suoi interni mentre Pininfarina aveva fino a quel momento limitato le sue proposte alla progettazione della parte esterna.
Qui sotto vediamo, in sequenza, le proposte Pininfarina del novembre 1984...
...una del CS Peugeot del mese successivo...
...ed un paio di bozzetti francesi di inizio 1985.
“Demmo inizio al lavoro di progettazione nel settembre del 1984”, ricorda Paul Bracq, responsabile del Centro Stile Peugeot che si occupava degli interni.
Il confronto, che ebbe luogo davanti alla direzione il 30 aprile del 1985, vide partecipare tre modelli degli interni in scala 1:1, due del Centro Stile Peugeot e uno di Pininfarina.
Uno degli interni Peugeot era stato sviluppato partendo da un progetto firmato Keith Ryder, un brillante inglese che lavorava in stretta cooperazione con Bracq, e da un progetto alternativo che era essenzialmente frutto del lavoro di Bracq in persona.
Ryder aveva usato la pulsantiera della show car Oxia e Bracq aveva scelto dei colori molto chiari.
“La direzione fu sorpresa dai sedili beige”, ricorda.
Qui sotto, due immagini (con lievi varianti) della proposta Peugeot, e per ultima la foto dell'interno Pininfarina che venne approvato. (Personalmente, quello proposto dai designer francesi era molto carino)
Anche il modello di Pininfarina aveva colori chiari, ma erano usati con maggior misura.
Il tema centrale era un pannello che sembrava essere supportato centralmente da una console, che dal lato passeggero non mostrava altro che il cassetto portaoggetti e le bocchette di aerazione.
La palpebra del cruscotto, incurvata dolcemente verso il basso su entrambi i lati, si allargava fino a includere i piccoli comandi montati sulla parte superiore della consolle.
Nel settembre e alla fine del novembre del 1985 tutti e tre i modelli furono migliorati e riproposti. Il confronto finale avvenne il 9 dicembre del 1985. Fu accettato il progetto firmato Pininfarina e le proposte della Peugeot vennero scartate.
Da quel momento Pininfarina non prese più parte al programma ed il modello di Torino in scala 1:1 fu portato a La Garenne-Colombes per adeguarlo alla vettura.
Furono preparati diversi livelli di finiture, disposti fianco a fianco, sotto la supervisione di Bracq, facendo attenzione alla congruità di ciascun insieme.
“Gli interni sono un lavoro da gioielliere. Lavoriamo con una precisione di 1,5-2 mm; e ciò richiede tempo. Non ho mai avuto personale sufficiente”, dice. “Quando abbiamo realizzato gli interni della 205 o della 305 avevamo solo 65 parti. Ora lavoriamo con vetture della classe top e abbiamo circa 250 parti per l'interno.”
La Peugeot doveva avere in comune con la Citroen il sistema di riscaldamento e climatizzazione: ciò voleva dire adoperare le stesse bocchette dell'aria nella XM e nella 605, soprattutto come posizionamento. Cosa che venne abbinata abbastanza facilmente al modello proposto da Pininfarina.
“La Peugeot voleva anche il freno a mano della XM”, ricorda Bracq, “ma Calvet disse 'no, mettetelo sulla consolle centrale, ma verificate che vi sia anche lo spazio per un radiotelefono'. A questo punto però notammo anche che la base del parabrezza di Welter incurvata in avanti per il cruscotto proposto da Pininfarina e dovemmo modificarlo per adattarlo alla forma esterna.”
All'inizio del mese di marzo del 1986 tutto era pronto, all'interno e all'esterno. Il team che si occupava dell'esterno approntò il modello di riferimento, corretto in ogni dettaglio.
Esso venne “siglato” da parte della direzione ad ogni intervento successivo. In teoria non era consentito scostarsi in nessun modo da questo modello di riferimento.
“Abbiamo dei principi teorici a cui attenerci, è vero, ma cerchiamo anche di lasciare un margine per interventi che possano abbellire la vettura. Non vogliamo rinunciare a qualcosa di grazioso in nome di una norma astratta”, asserisce Michel Forichon.
A 1986 inoltrato Calvet, Boillot e Karcher, accompagnati da altri dirigenti, videro per la prima volta la XM e la 605 fianco a fianco. Volevano essere assolutamente sicuri che non si somigliassero.
In precedenza era stato allestito un “Centro Diagnostico” di design, frequentato da una rappresentanza del pubblico, al fine di valutare la reazione dei clienti rispetto ad un veicolo anonimo, senza nessun particolare scudo o marchio che permettesse di identificare la vettura come una Peugeot. All'inizio il modello in scala 1:1 risultò non avere nulla che lo identificasse come una vettura del Leone.
In una successiva “seduta”, nell'ottobre del 1985 il 14 per cento degli intervistati ritenne che si trattasse di una Ford. L'undici per cento dichiarò trattarsi di una Lancia e un altro 7 per cento di una Alfa Romeo (buffa 'sta cosa).
L'8 per cento avanzò l'ipotesi che si trattasse di una Citroen e il sette per cento di una Renault. Il sei per cento disse che era una Opel. Infine, il nove per cento indovinò che era una Peugeot. Quest'ultima percentuale era ancora ben al di sotto del minimo accettabile.
La diagnosi finale fu fatta nell'aprile del 1988, con un modello il cui aspetto in pratica non si discostava per niente dal modello di produzione. Mancavano solo il Leone della Peugeot e le scritte del modello. Ora il 58 per cento degli spettatori la identificò come una Peugeot (e sai che scoperta, anche senza il Leone sul frontale, gente appena appena erudita in fatto d'automobili, che guarda una vettura con tre righe sulla calandra fra i fari anteriori che deve dirti, che è una Bmw? ).
Stranamente il 7 per cento fece l'ipotesi che si trattasse di una Rover (imho plausibile) ed il 5 per cento di una Renault (pure...).
L'Opel non ebbe alcun voto. Nessuno pensò che si trattasse di una Lancia, ma il due per cento dichiarò trattarsi di una Alfa Romeo (1988... ma come mai? ).
Un due per cento disse che si trattava di una vettura giapponese... ed un altro 2 per cento disse che era una Ford.
Riassumendo, dopo che venne approntato il modello di riferimento, ci vollero oltre 12 mesi per completare il primo prototipo marciante. Fu approntato nel giugno del 1986. Quattro mesi più tardi, dopo la costruzione di altri tre prototipi a La Garenne, l'intero progetto passò dal gruppo Peugeot SA alla Peugeot Automobiles di Sochaux, sede dello stabilimento in cui la vettura sarebbe stata prodotta.
Siamo quindi alla fine della prima parte del racconto, e possiamo passare direttamente alla seconda, che della 605 ci racconta lo sviluppo e la produzione.
Poco prima della fine del 1986 il primo prototipo marciante venne consegnato alla Automobiles Peugeot dal Centro Aziendale di Ricerca e Engineering di La Garenne.
La data per l'inizio della produzione (pienamente rispettata) fu fissata al settembre del 1989.
Perché il gruppo PSA voleva lanciare la 605 a così breve distanza di tempo dalla presentazione della XM?
“La decisione di sferrare un'offensiva sul mercato fu una decisione di gruppo”, ricorda Georges Oberlé.
“Avevamo un budget fantastico, ma solo 8 settimane per assemblare il primo prototipo”, rievoca Pierre Villaume, ingegnere capo dello sviluppo della 605.
Il primo prototipo costruito a Sochaux fu completato nel gennaio del 1987. “Era stato realizzato a mano, con attrezzature di stampaggio o fusione improvvisate”, racconta Villaume. “I prototipi successivi furono realizzati con attrezzature in plastica o cemento.”
Il fatto che la Z.6 contenesse tanti elementi nuovi creò un sovraccarico di lavoro per ingegneri e tecnici, ma Villaume prese una posizione molto decisa: “Un approccio analitico, accompagnato da un collaudo e da uno sviluppo integrali, ci aiuta ad evitare un gran numero di modifiche nella fase successiva. Dovevamo verificare e misurare le caratteristiche qualificanti del prodotto in molteplici modi. La mole dei controlli era enorme.”
La SV 3.0 era il punto focale dell'intero progetto. “Tutti gli altri modelli derivano dalla SV 3.0”, spiega.
Nella primavera del 1987 a Sochaux vennero costruiti in tutto, per fini di valutazione, 47 prototipi con versioni “messe su alla buona” della vera scocca.
Nel lotto successivo di 36 vetture sperimentali c'erano già molti componenti di serie. C'erano inoltre dei “muletti”, spesso di marche rivali, preparati per verificare alcune caratteristiche specifiche.
“A tal fine facemmo ampio ricordo alla Lancia Thema per il V6, perché dopotutto la Thema era la prima vettura a montare il V6 trasversale. Ciò ci fece risparmiare moltissimo tempo.”
Qui sotto, una Z.6 in partenza a Belchamp per una prova di durata.
Gli ingegneri della Peugeot inventarono nuove incastellature per il motore, a oscillazione pendolare, con blocchi di supporto idroelastici e bracci di reazione, un sistema che venne adottato anche sui motori a quattro cilindri.
Un Centro Stile fu istituito anche a Sochaux, col compito di assicurare un legame permanente con quello di La Garenne, facendo ruotare il personale ogni 2-3 mesi.
La loro funzione principale era di supervisionare i lavori, seguendo le sorti della loro creatura.
“Un modello stilistico in scala 1:1 non è una salvaguardia sufficiente a garantire che nella fase di sviluppo non vengano introdotte modifiche arbitrarie”, dice Gérard Welter, che si recò spesso in prima persona a Sochaux per verificare i singoli stampi delle vetture di prova.
Gli architetti avevano dedicato molta attenzione alla questione dello stile delle parti presenti nel vano motore, senza peraltro rinunciare alla funzionalità. Tutta la parte elettronica fu installata in un punto in cui la temperatura era relativamente bassa. Fu previsto un raffreddamento ad aria forzata per le cosiddette “scatole nere” (centraline et similia), mentre la batteria, posta in un contenitore a tenuta sul lato sinistro, era raffreddata da un flusso d'aria a lei dedicato.
Malgrado la dovizia di attrezzature di collaudo presenti a Belchamp, i test della 605 si basarono moltissimo sulle prove su strada. Di solito nelle “spedizioni” che si facevano sulle strade pubbliche c'era un prototipo di Z.6, non camuffato, e tre-quattro auto di servizio, di solito delle marche rivali. Il riferimento principale era la Audi 100.
Il personale di solito cambiava vettura ogni 30-40 km, ma poteva anche accadere che un pilota stesse al volante per 400-500 km.
A queste spedizioni venivano spesso invitati dei rappresentanti della possibile clientela, in qualità di osservatori degni di fede. Da tali viaggi derivarono delle modifiche alla parte posteriore, perché i primi prototipi, visti da dietro, non avevano ancora una fisionomia netta che consentisse di identificarli come Peugeot.
La preoccupazione principale era quella della qualità: tutte le deficienze, le anomalie di funzionamento, eccetera, vennero registrate per essere controllate nelle fasi successive, con l'utilizzo di programmi al computer per determinare lo schema di distribuzione di tale eventi anomali.
Qui sotto, un prototipo 605 equipaggiato con l'apparecchiatura di Zimmer per la rilevazione dinamica delle variazioni degli angoli caratteristici.
Come disse Pierre Willaume, “l'80 per cento dei perfezionamenti introdotti è derivato dalle osservazioni e dalle critiche dei collaudatori.”
L'interesse dei grandi capi per il progetto Z.6 fu sempre molto alto, e dirigenti di alto livello continuarono a fare visite periodiche a Belchamp per vedere e guidare i prototipi.
Jacques Calvet dimostrò di avere un occhio finissimo per i minuti dettagli. Il minimo difetto nelle finiture, il disallineamento di un parasole o di uno specchio, un accessorio mancante o un'angolatura sbagliata di un portacenere o di un bracciolo di un sedile stimolava puntualmente le sue critiche, spesso sotto forma di osservazioni spiritose o caustiche.
Ma chi sedeva nella vettura quando lui guidava, concludeva che Calvet era più a suo agio dietro una scrivania che al volante di un'auto....
Jean Boillot invece era universalmente considerato come un ottimo guidatore. “Egli sa come valutare una vettura stando seduto al posto guida”, fu l'apprezzamento positivo di un ingegnere collaudatore.
La seconda serie di vetture pre-produzione, che partì nel novembre del 1987, era composta di 80 vetture, di cui nove furono consegnate al Dipartimendo Metodi. La pianificazione della produzione procedeva di pari passo, e quando si ebbe la disponibilità dei componenti di serie, il tempo di costruzione di un prototipo si era ridotto a due settimane.
Ben presto le scocche complete iniziarono ad essere costruite con attrezzature da produzione.
In effetti l'engineering di base della struttura della scocca era ben avviato già nel marzo del 1985, ma lo sviluppo richiese molto tempo a causa dei molteplici requisiti contrastanti fra loro e della complessità dell'insieme.
Il responsabile dell'Ingegneria della Scocca era Bruno de Guibert. L'enormità del compito che gravava sulle sue spalle fu un po' alleviata dal fatto che la 605 veniva realizzata con un solo tipo di scocca. Si sapeva già infatti che non ci sarebbe stata una 605 station wagon (l'idea era quella di tenere in produzione ancora per un certo periodo di tempo la 505 break).
Gli stampi del pianale Z.6 erano identici a quelli della Citroen, inclusa la culla del motore, e tutti gli esemplari di quest'ultimo particolare erano prodotti dalla Peugeot a Sochaux.
Ricorda Villaume: “La messa in comune della culla fu una scelta condizionata dal fatto di avere in comune anche il pianale. Abbiamo avuto delle discussioni terribili con la Citroen in merito al prodotto finale.”
605 ed XM avevano in comune anche radiatori e ventole, bracci di controllo delle sospensioni anteriori, ruote, componenti freno montati sui mozzi, piantone dello sterzo ed il già citato impianto di riscaldamento/climatizzazione.
Nel corso della fase di sviluppo furono apportate modifiche rilevanti alla struttura della scocca per migliorarne la rigidità e la resistenza all'affaticamento. Ad esempio, la sospensione posteriore nella forma definitiva del progetto non imponeva alla struttura carichi più elevati ma più concentrati, e per tale motivo la sezione di coda fu rinforzata con un'altra traversa.
A tale scopo si compilarono dei programmi al computer per definire i requisiti ottimali in fatto di distanza dal suolo e capacità del vano bagagli.
Il peso totale della scocca (parti mobili incluse) era di 310 kg, suddivisi in 238 parti che venivano assemblate mediante 3800 punti di saldatura, eseguiti da 91 robot.
Fine capitolo tre, il seguito nella prossima ed ultima (credo ) parte.