Non dimentichiamoci nemmeno che quel mondiale lo perse soprattutto per le rotture di motore che ebbe durante tutto l'anno, e che aveva vinto piuttosto agevolmente i due mondiali precedenti.
Ciò non toglie che il 2016 non fu la sua stagione più brillante (principalmente per la sua difficoltà a gestire l'attacco frizione al via), ma da qui a dire che abbia avuto una metamorfosi ce ne passa: Hamilton è sempre stato un campione.
Quest'anno ci sembra ancora più in palla solo perché non ha più accanto un compagno carogna ma veloce come Rosberg, e perché i suoi avversari gli hanno fatto un mare di regali.
Pensando a ieri, meno male che Raikkonen ha salvato la faccia a tutto il team. Vittoria tardiva ma dall'alto valore simbolico. Lui si toglie di dosso il fantasma delle zero vittorie dal 2013, e la squadra ha avuto una bella sferzata di ottimismo in questo finale nerissimo.
Vettel è il nostro Vettelone solito. Se si demotiva diventa un altro. Ricordiamoci il suo utlimo anno in Red Bull, ma ricordiamoci per par condicio anche l'anno scorso, una stagione disputata su livelli di eccellenza, malgrado tutti i problemi sofferti nell'ultima fase di campionato.
Facile risposta: sì ma fa parte di un campione anche non demotivarsi così. Giusto. Ciò non toglie il suo innato talento, la sua velocità, la sua generosità agonistica, ma lo pone senz'altro su un gradino inferiore rispetto agli Alonso, agli Hamilton, agli Schumacher.
Ieri non doveva girarsi, punto e basta.
Mentre lui si girava in gara per la quindicesima volta, il maledetto fratello nero gli rifilava una lezioncina del suo "manuale di sopravvivenza del pilota" nel corpo a corpo con Verstappen.
Un'azione esemplare, il perfetto connubio tra il provarci e il non rimetterci, il labile equilibrio tra il fare e il non strafare. E' vero: ha avuto la peggio. Ma non ci ha rimesso un fico secco. Terzo era e terzo è rimasto, senza lasciare nulla di intentato. E poi nessuno mi convincerà del contrario: Verstappen si è guardato bene dal fare il Versbatten, perché il buon Hamilton ha un altro crisma del grande campione: in pista (e fuori) sa farsi rispettare. Pestare un piede a lui significa andare a mettersi (agonisticamente) nei pasticci.