Alonso a un certo punto era diventato ingestibile, e il reparto tecnico era allo sbando, con ingegneri divisi in fazioni e scaricabarile vari. Alonso non era la causa del problema, ma era diventato parte del problema. Quando arrivò Mattiacci, volarono definitivamente gli stracci col pilota oviedese (di cui ero e sono un tifoso).
Hamilton questo tipo di rogne non lo ha mai creato. Ma un tratto in comune con Alonso ce l'ha: sono due piloti individualisti, che se ne fregano del colore e dello stemma della loro auto. Per Vettel correre con la Ferrari era veramente una motivazione extra, un mondiale con la Ferrari valeva di più. Si identificava in un immaginario preciso, tra affetti e ricordi personali, tra filosofia tedesca e italiana, tra Deutscheland uber alles e Fratelli d'Italia sul podio... Alonso sentiva più un legame di matrice latina, ma non era un uomo-Ferrari. La storia della macchina che viene prima del pilota e della sottomissione al superiore interesse del team non l'ha mai voluta sentire.
Mi scuso per la lunga premessa e vengo al dunque: Hamilton (come Alonso) ha sempre tenuto il muretto per le palle, dispensando cazziatoni per ogni errore. E' coerente che un pilota del suo livello gestisca in modo molto ferreo il rapporto coi suoi uomini, guai se un campione non desse anche un apporto di pura "mentalità" alla squadra. Quella tensione che tiene tutti alla massima efficienza e che non deve mai mancare, perché quando viene a mancare (magari per un gp saltato per covid...) i risultati si vedono.
O la Corea, il gp più grottesco e inquietante di tutte le epoche. Una squallida lingua d'asfalto in mezzo a un acquitrino, dove avrebbe dovuto sorgere una città che poi non è mai più sorta, coi serpenti che attraversavano la pista e una schifosa fanghiglia giallastra che con la pioggia inzaccherava le auto peggio di un weekend in montagna.