Intervengo da proprietario innamorato della propria Stelvio. Uno che Alfa Romeo non l’ha soltanto difesa nei forum: l’ha scelta, pagata e guidata. E che, proprio per questo, da Stellantis si è sentito tradito. Non perché pretenda un modello costruito sui miei desideri. Ma perché avevo creduto in una direzione: un’Alfa capace di tradurre la propria tradizione in un prodotto contemporaneo, con contenuti tecnici e un carattere riconoscibile. Giulia e Stelvio rappresentavano quella direzione. La Giulia non l’ho posseduta; la Stelvio la conosco attraverso i chilometri, non attraverso le cartelle stampa. La mia macchina quella promessa l’ha mantenuta. È la continuità della promessa che oggi non riesco più a vedere. E dubito di essere l’unico proprietario a pensarla così. Qui, per l’ennesima volta, si rischia di perdere non soltanto una vendita, ma il cuore di chi le risorse per un’Alfa concettualmente allineata alla sua storia le ha messe davvero. Non clienti immaginari da conquistare con il prossimo piano industriale: clienti già conquistati, ai quali bisognerebbe dare una ragione per restare. Nulla contro Giulietta, le compatte o le vetture che devono fare volume. Ben vengano. Ma, nell’Alfa che considero credibile, devono appartenere a una gamma che abbia anche un vertice tecnico e di prodotto. Le compatte danno accesso al marchio; l’alto di gamma deve rendere evidente a che cosa si sta accedendo. Le une sostengono i volumi, l’altro sostiene la promessa. Il paragone con BMW, pur con tutte le differenze, per me sta qui. Può proporre e vendere anche vetture dall’impostazione più generalista perché il resto della gamma continua a dare credibilità al marchio. Non ogni BMW deve essere il manifesto della raffinatezza meccanica: quel manifesto, però, deve continuare a esistere. Le proposte d’accesso beneficiano di un’identità che altri prodotti alimentano e rendono concreta. Non si può pretendere di vivere della stessa credibilità limitandosi a consumare quella accumulata in passato. Il problema non è condividere un pianale. Sono un ingegnere: capisco il senso della condivisione e delle economie di scala. Il problema è che cosa si decide di conservare, sviluppare e rendere distintivo sopra quella base. Una vettura sportiveggiante non è automaticamente una vettura sportiva. E se viene meno il riferimento alto, il rischio è che l’identità Alfa si riduca a un adattamento, per quanto curato, di prodotti dall’impostazione generalista. A quel punto lo scudetto dovrebbe giustificare da solo una differenza che il progetto non rende più abbastanza evidente. Non chiedo che ogni Alfa abbia una meccanica esclusiva. Chiedo una direzione riconoscibile, che non venga rimessa in discussione a ogni cambio di management. Giulia e Stelvio, ai miei occhi, erano una base sulla quale costruire continuità, non una parentesi da archiviare. La mia Stelvio mi ha dato ottime ragioni per comprare un’altra Alfa. Vorrei che Stellantis mi desse ragioni per non comprare altro.