La mia massima filosofia di vita è "non dev'essere per forza sempre colpa di qualcuno": l'indignazione a comando, le soluzioni col senno del poi, le frocerie col culo degli altri (chiedo venia), sono un male dell'umanità. Se piove in quel modo, serve dirlo?, non è colpa di nessuno.
Ma ieri al dato meteorologico si è unito l'effetto di decisioni, sia immediate sia di lunga data, nefaste.
Cominciamo dalle regole del gioco, che nel 2021 non consentono - di fatto - di correre una gara con la pioggia, sia pure in formato ridotto. Le gare sotto il diluvio sono sempre esistite, e, anzi, spesso le abbiamo benedette come rimedio alla noia.
Per cortesia non mi tirate fuori la morte di Jules Bianchi, perché da quella clamorosa falla abbiamo per fortuna imparato molto.
Perché diavolo sia ancora in vigore la regola per cui la domenica si deve correre con l'assetto fatto il sabato, è un mistero superiore alle mie facoltà. Si fa tanto per la sicurezza, e poi ci si impicca a queste regolette demenziali.
Poi ci sono i processi decisionali, che sono il sintomo maggiormente rivelatore del male di cui soffre questo sport, che si può riassumere con queste parole: macchinosità, autoreferenzialità, sottomissione a interessi diversi da quello agonistico.
Che il vertice della Federazione possa ritenere DISPUTATA una gara simile, solo perché FORMALMENTE sono stati rispettati tutti i requisiti, è un'offesa a tutti quelli che erano i vecchi pilastri di questo sport: piloti e pubblico.
D'altronde, i primi non hanno minimamente fatto sentire la propria voce in capitolo, e i secondi sembravano contenti di essere stati parcheggiati lì per ore sotto la pioggia, ingannati e defraudati dei soldi del biglietto (oppure è stata abile la regia a far vedere soltanto immagini di gente esultante perché appariva in televisione).
E vengo al dunque: il sabato c'è stato un improvviso peggioramento della pioggia che ha preso in contropiede i piloti e ha reso giusta la decisione della bandiera rossa.
Ma la domenica le condizioni sono rimaste immutate per tutto il pomeriggio: perso per perso, non sarebbe costato nulla far disputare qualche giro VERO (con tutte le cautele del caso) ai piloti, con la possibilità di sospendere in ogni momento.
Questo, forse, sarebbe bastato a togliere l'onta del ridicolo alla gara di ieri. Poter dimostrare di averci provato. Regalare l'ebbrezza della competizione, sia pure in formato "qualifica sprint", ma con tutti i crismi.
Invece si è scelta la strada del leviatano: autocompiacersi di aver rispettato al millimetro le proprie regole e svolgere una grottesca pantomima autocelebrativa con coppe, podi, punti, bollicine, e poco importa se si arriva all'ossimoro in cui la forma nega la sostanza.
Come nel famoso racconto dei "bei tempi andati", coi mezzi militari che facevano il giro di peppe e sfilavano più volte davanti alla folla urlante per la gioia di entrare in guerra, fingendo di avere una sfilza di carrarmati che non finiva più.
Nemmeno il coraggio di dire: signori, abbiamo deciso che non si corre per ragioni di sicurezza. Scusate pubblico, scusate sponsor.