Siamo spettatori. Siamo autorizzati a valutare i campioni. Giusto, certo, anche se in F1, nel Motorsport in generale, ciò che “non appare” è spesso più rilevante di ciò che appare. L’abbiamo già detto molte volte: niente a che fare con il calcio, dove uno “stop a inseguire” non comporta misteri. Qui, al contrario, un errore, una prestazione opaca richiede qualche astensione di giudizio (le Pagelline, “ine”, “ine”, non a caso sono un gioco fatto per divertire). Macchine che incidono non soltanto sull’esito finale di una corsa ma sullo stile di guida, sull’attitudine del pilota. Lewis Hamilton ha vinto 7 titoli Mondiali, va considerato tra i migliori piloti dell’intera storia. Possiamo pensare che le qualità che gli hanno permesso di volare nel firmamento siano svanite di colpo? Qualcuno lo fa, si permette di trattarlo come un ragazzetto simile ad altri, incapace di emergere senza un missile tra le mani. È una forzatura, come minimo, poiché le problematiche che impediscono a Lewis di brillare non sono note nei dettagli. Basti pensare a Perez che pur continuando a patire il confronto con Verstappen, sembra a proprio agio come mai in passato su questa Red Bull, per come è fatta, per come si relazione al suo modo, alla sua natura. Non è rinsavito o migliorato di colpo. Più semplicemente si trova meglio rispetto al passato sulla vettura che guida.
Lo scorso anno in molti abbiamo criticato certe prestazioni di Leclerc. Per poi avere a che fare con manifestazioni del talento dello stesso Charles piuttosto esaurienti tra il Bahrain e l’Australia. L’errore di Imola rientra in quadro complesso, a questo punto, nel quale c’è un pilota che viaggia al limite, con tutti i guadagni e i rischi del caso. Eppure quel testacoda di Imola ha fatto ripartire qualche perplessità e persino, di nuovo, una serie di comparazioni con Verstappen, perfettamente in pista sulle curve del Santerno. Senza ricordare che sino a pochi mesi fa abbiamo ascoltato critiche di varia misura rivolte a Max per certe intemperanze manifestate nel 2021 durante il confronto con Hamilton. Un confronto che ha vinto, come sappiamo, in circostanze talmente discutibili da farci considerare fortunosa la sua conquista del titolo. Dunque? Dunque chi mangia fa le briciole, come diceva mio nonno. E non c’è da meravigliarsi se non tutti gli sforzi riescano perfettamente. Così come non c’è da mettere alla gogna Hamilton in un momento in cui proprio Hamilton non trova le leve per rimuovere i propri guai. Che sono contingenti, non assoluti, ovviamente. Steso dicasi per Leclerc o per Verstappen, che si somigliano nel bene. Che si somigliano persino nel male, visto che cercano entrambi in continuazione, di superare un limite, pena qualche scivolone. Tutte cose che accadono dentro una relazione particolarissima e segreta tra una macchina e un pilota, francamente ingiudicabile perché a noi ignota. Il bello sta qui. In un mistero che dovrebbe segnare una distanza tra un’impresa mancata e, appunto, “uno stop a inseguire” molto più semplice, molto più manifesto. Trattare come un bluff Hamilton o Leclerc oggi, come Verstappen ieri, mette in ridicolo solo chi lo fa.
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