Terza ed ultima parte
“Il guerriero Oglala rimaneva accosciato, immobile, sul carro delle provviste, con l'odore secco della farina nelle narici. Era così irritante quella nuvola tenue, bianca, polverosa, sospesa entro le pareti di tela, da dargli la certezza che avrebbe finito con lo starnutire.
Afferrò il tomahawk a tre lame d'ascia e concentrò i propri pensieri sulla sensazione dell'impugnatura decorata a perline contro il palmo. Oh, padre mio, quest'arma è potere e morte e la fine dell'uomo bianco, disse con ira a se stesso, mentre la polvere gli solleticava il naso come uno spirito maligno. Fa che io pensi soltanto a questo tomahawk.”
Così inizia uno dei più grandi classici del West, “Stagecoach”, portato sullo schermo da John Ford con il titolo di “Ombre rosse”.
Parlare di questo film è facile e difficile nello stesso tempo. Tutti lo hanno visto, chi al cinema e chi (anche recentemente) alla televisione. Come si può dimenticare l'improvvisa e ormai storica carica della cavalleria che interrompe all'ultimo istante il massacro dei passeggeri della diligenza? Chi può dimenticare il tenentino Blanchard (impersonato dall'attore Tim Holt) che all'inizio del film guarda tra l'ammirato e il timoroso la diligenza su cui la moglie del capitano Mallory si avvia verso un destino incerto?
Chi può dimenticare Dallas, la prostituta, espulsa dal villaggio insieme al dottore ubriacone? Chi il bianco cappello del gentiluomo del Sud, il giocatore Hatfeld, che confesserà in punto di morte di essere il figlio del giudice Ashburn? Chi Ringo Kid, il personaggio di questo film che lancerà il giovanissimo John Wayne verso una trionfale carriera?
E' proprio qui, da Kayenta, alle soglie della Monument Valley, che hanno preso le mosse i protagonisti del romanzo di Robert W. Krepps e del film di John Ford, che per anni e decenni hanno fatto la fortuna dei cosiddetti “pulp magazine”, riviste da pochi soldi e di altissima tiratura, dalle copertine di dubbio gusto, ma ricchi di storie drammatiche e d'azione in cui il grande protagonista era il West.
Con le nostre due Lancia Delta impegnate nel “Pony Express Raid”, stiamo per affrontare la parte più affascinante del viaggio. Praticamente tutto ha inizio da Window Rock, la capitale della nazione Navajo, che deve il suo nome all'alta roccia forata che le sta alle spalle, quella che qui chiamano la “roccia con la finestra”.
Visto da lontano sembra un occhio mostruoso: non è altro se non il frutto di una millenaria erosione.
Su una montagnola di terra rossa sta il palazzo del Consiglio, in pietra e legno; infatti la nazione Navajo ha un suo governo e un suo presidente, il cui mandato è di quattro anni.
La sala ottagonale del Consiglio è bella, affascinante. È stata dipinta da Gerard Nailor, un noto pittore navajo, e racconta la storia della tribù. Tutto intorno vi sono i banchi dei delegati. Fuori, davanti all'ingresso, una vecchia campana, regalata dal presidente della “Santa Fe Railroad” alla comunità navajo quale omaggio alla devozione dimostrata da questa tribù ai tempi della costruzione della ferrovia.
Attualmente la campana viene usata soltanto per annunciare l'inizio delle sessioni del Consiglio. Il Navajo Tribal Council stabilisce la linea politica generale della tribù ed è riconosciuto strumento di governo.
Ha giurisdizione su tutta Navajoland, una zona grande come gli Stati del Massachussets, del Connecticut e del Rhode Island messi insieme. All'epoca della creazione della riserva i navajos erano circa ventimila; ora sono circa centocinquantamila.
Il territorio è ricco di carbone, uranio, petrolio. Hanno il loro giornale, il “Navajos Times”, che ha cadenza settimanale e porta come sottotitolo la frase “The Official Newspaper of the Navajo Tribe”.
Window Rock, la “roccia con la finestra”, rappresenta l'ingresso alla Monument Valley, che affrontiamo al mattino presto.
E' uno dei più grandi spettacoli che la natura possa offrire. Si estende a nord-est della riserva dei Navajo, al confine fra lo Utah e l'Arizona. Occupa la parte centrale dell'altopiano del Colorado e ha un'altitudine variabile dai 1600 ai 2300 metri.
Si tratta di una regione desertica, caratterizzata da “mesas” isolate o riunite in brevi catene, da rocce scoscese plasmate nell'arenaria rossa, che si innalzano fino a 600 metri sopra le dune di sabbia.
I geologi dicono che la Monument Valley è nata circa settanta milioni di anni fa da un braccio di mare del Golfo del Messico, che si estendeva allora su tutta la zona. I monoliti di arenaria assumono forme diverse: di guglia, come il “Totem Pole”; di dente, come il “Three Sisters”; di fortezza, come l' “Elephant Butte”; di tavola come il “Mitchell Mesa”, quest'ultimo uno dei più alti.
Queste forme, il loro colore che muta con il variare dell'incidenza del sole secondo l'ora del giorno (al tramonto le rocce si tingono di un rosso fiammeggiante), creano un paesaggio unico al mondo, che ha fatto da sfondo a moltissimi film western.
Mentre Vanni Belli si dedica alla parte fotografica, con Carlo decido di saggiare su questo terreno particolarmente infido, ricoperto di una sabbia finissima che riduce a zero l'aderenza, la tenuta di strada delle due Lancia Delta. Trazione anteriore, sospensioni a ruote indipendenti a elevata flessibilità: sono queste le caratteristiche salienti dell'impostazione della vettura.
Dandoci sotto e facendo i soliti “numeri” (che poi ci costeranno severe e giustissime rampogne da parte dei tutori di questo parco nazionale) notiamo subito che la Delta, in situazioni normali di marcia, è perfettamente neutra ed esegue docilmente gli ordini che il guidatore le trasmette con sterzo e acceleratore.
La sua esemplare correttezza si manifesta anche a velocità elevata, finché i raggi di traiettoria si mantengono ampi. Sui sentieri tormentati di questa Monument Valley le Delta hanno invece mostrato una lieve tendenza sottosterzante, che si è accentuata con l'aumentare delle velocità di percorrenza.
In questi casi, tuttavia, una maggiore angolazione dello sterzo o un alleggerimento della pressione al pedale dell'acceleratore sono sufficienti a togliere chiunque da ogni impaccio. Malgrado l'elevata flessibilità delle sospensioni, il cui ondeggiamento agisce da freno psicologico, le Delta hanno risposto bene alle manovre di emergenza e hanno dimostrato di sopportare qualsiasi eccesso di confidenza, grazie anche alle doti di spunto del motore e all'innegabile precisione dello sterzo.
Dopo le rampogne di un sorvegliante, ci fermiamo brevemente nella casupola posta all'ingresso della Monument Valley.
Un luogo per turisti con la solita boutique che vende cose locali. Il West è una miniera inesauribile per chi voglia fare dello shopping; ma prima di fare acquisti è bene riflettere sulla pratica utilità di ciò che si compra, soprattutto nel campo dell'abbigliamento: ben difficilmente una volta arrivati a Roma, a Milano o a Torino si sarà disposti a indossare quello che nel West sembrava meraviglioso, come il cappello da cowboy Stetson, gli stivali con la punta ad ago, o quel gioiello indiano tutto colori e luci.
Salutiamo la Monument Valley e procediamo verso un'altra meraviglia della natura: il Grand Canyon.
Vi si arriva attraverso una strada di montagna. Il “deserto di pietra”, come qualcuno l'ha chiamato, rappresenta lo spettacolo più desolato e magico del mondo. Esso è la testimonianza diretta dei milioni di anni di vita del fiume Colorado. Lungo 445 chilometri , largo 29 chilometri e profondo 1600 metri, è il risultato dell'attività corrosiva del fiume unita alla lenta ma inesorabile forza della neve, della pioggia, del vento.
È cosparso di precipizi, anfiteatri, pinnacoli, guglie di color rosso, rosa, verde, arancione, violetto. E tutte queste forme, questi colori, sembrano mossi dalla luce del sole, come in un gigantesco caleidoscopio che ruota con le ore del giorno.
Il ranger che mi accoglie all'ingresso del Grand Canyon mi avverte e mi tranquillizza: la reazione più comune alla vista di questa meraviglia della natura è quella di perdere di colpo ogni facoltà di espressione.
Uno scrittore disse: “Le ancestrali idee europee che un uomo ha del paesaggio subiscono un tale colpo che egli resta incapace di profferire parola o comunque di dirne molte.”
Entrati nel Parco Nazionale del Grand Canyon, gli alberi continuano a chiuderci la vista dell'orizzonte. Poi ecco un luogo battezzato “Mather Point”.
La strada sfiora il ciglio dell'abisso e si ha l'impressione di essere giunti ai confini del mondo. La vita sembra assente laggiù in fondo, di balza in balza, verso il letto dove scorre il fiume Colorado.
La luce del Canyon, nell'aria tersa e trasparente, fa risaltare i venti strati di questo immenso crepaccio di roccia, ognuno di un colore diverso; scisti argillosi ocra, calcari gialli e grigi, arenarie bianche e marroni, graniti rosati e neri, colori che divengono tenui, evanescenti verso il mezzogiorno, mentre si incupiscono la sera.
L'erosione ha poi cesellato le rocce creando angoli, protuberanze, spaccature, che rifrangono la luce proiettando ombre multiformi. Dalla profondità del baratro non giunge alcun suono.
E' come se un millenario silenzio e la calma assoluta di un tempo irreale avessero colmato il Grand Canyon, su su fino all'orlo.
Vanni Belli è all'opera. Un lavoro difficile, perché è costretto ad arrampicarsi sugli alberi per cercare di inquadrare insieme le due Lancia Delta e almeno una parte del Grand Canyon.
Alberi bellissimi, come la quercia “Gambel” e i pini “ponderosa”, la cui corteccia ha la fragranza della vaniglia e il cui legno è di un giallo pallido, tenero ma robusto; i primi “pinoes”, contorti, più piccoli dei “ponderosa”, che gli indiani utilizzavano per costruire le “hogan”, le tipiche abitazioni dei navajos ricoperte di terra (la resina dei “pinoes” serve per medicare ferite e come rivestimento impermeabile per cesti di vimini); e infine i ginepri, la cui corteccia veniva intrecciata dai pellerossa per formare morbide stuoie.
Ma San Francisco, la nostra meta finale, ci chiama.
(una piccola pausa... troppe foto. State lì, torniamo subito )