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Fiat-Gm, avvocati al lavoro sul «put»

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Inviato
Le scadenze, quelle che apriranno per Fiat la possibilità di vendere l'auto a General Motors, ormai sono vicine.

È probabile che servano solo ad aprire la partita, dunque una nuova stagione di trattative con contorno di querelle legali, e che per avere un punto fermo nei rapporti Torino-Detroit occorrano ancora mesi.

Ma non è nemmeno escluso che, nonostante le smentite, la direzione sia nei fatti già segnata. Gm contesta, e non smetterà, la validità del diritto acquisito da Fiat con il contratto-paracadute del 2000.

Il Lingotto, quel diritto, lo ritiene perfettamente integro.

E se in teoria è sempre possibile che continui a usarlo solo come «ombrello», e che per il resto poco cambi, «possibile» non significa «credibile».

Anzi. Secondo autorevoli ambienti finanziari, l'orientamento che starebbe maturando va in senso opposto: esercizio del put. Tout court.

O almeno come arma per strappare a Gm, nel mezzo della sicura battaglia di avvocati (che peraltro sia Torino sia Detroit hanno già messo al lavoro), il massimo possibile dall'altrettanto prevedibile rottura.

Liberandosi contemporaneamente le mani per la ricerca, per ora bloccata, di nuove alleanze industriali.

È il secondo - il put come arma - lo scenario ritenuto più plausibile. Ma, naturalmente, nessuno dei protagonisti si sbilancia.

La partita è delicatissima, e ancor di più lo sarebbe la prospettiva di un eventuale disimpegno torinese dall'auto (escluse Ferrari-Maserati, controllate da Fiat Spa).

Si butta così acqua sul fuoco già dalla Giovanni Agnelli & C., la cassaforte di famiglia al cui interno, secondo fonti accreditate, sarebbero in aumento le «spinte a vendere».

La risposta alle indiscrezioni, in ambienti vicini all'accomandita, è secca. Però dirotta altrove: «La decisione spetta al top management Fiat e a nessun altro».

Da lì, dal top management che intanto ha fissato un consiglio per il 13 dicembre, ribadiscono che quella decisione ancora non c'è: «Tutte le opzioni restano aperte».

Lo ripete Sergio Marchionne, l'amministratore delegato da cui dipende l’analisi necessaria alla valutazione finale.

E altrettanto fanno Luca Cordero di Montezemolo e John Elkann, il presidente e il vicepresidente che insieme a Marchionne dovranno tirare le somme e arrivare a una proposta.

Quando? «Non accadrà nulla a dicembre, né a gennaio», smorzano da Torino.

Le scadenze, però, ci sono. E ci sono gli appuntamenti, non solo con Gm ma anche interni al gruppo torinese, che lasciano prevedere la definizione della strategia.

E dunque della probabile decisione. Marchionne, tra l'altro, proprio a ridosso del board incontrerà in una riunione informale (la data non è ancora fissata) buona parte dei soci dell’accomandita.

Torino, su decisioni e tempi, raffredda.

Ma sarà quello il periodo-chiave: metà dicembre. È vero che la finestra di cinque anni che consentirebbe al Lingotto - dispute legali a parte - l’eventuale esercizio dell'opzione di vendita si aprirà solo il 25 gennaio. È il 15 dicembre, però, la data di scadenza dello statesment agreement , il patto di non belligeranza siglato con Gm un anno fa.

Ed è il 14 dicembre il giorno in cui, a Zurigo, i vertici dei due gruppi si incontreranno per quello che è difficile far passare solo come uno dei «normali appuntamenti» dello steering committee .

Altrettanto ordinario, secondo Torino, dovrebbe in teoria essere il consiglio Fiat. E formalmente è così: questo è, sempre, il periodo in cui il board si occupa di budget, ed è il budget l’oggetto all'ordine del giorno.

La data, però, è significativa: lunedì 13. Ovvio che, a 24 ore dal meeting clou con Gm, il consiglio anche di questo parlerà. Così come si farà nell'incontro in cui Marchionne informerà i soci dell'accomandita su stato dei conti e prospettive.

Che non sono cambiate: le previsioni già note sono confermate, e confermato è che l’auto Fiat, dal tunnel, può uscire. Il problema, per buona parte della famiglia azionista, potrebbe però essere finanziario. Per ora il Lingotto non ha necessità di mezzi freschi né prevede di averla a breve termine.

E sullo sfondo c’è sempre il prestito convertendo da 3 miliardi in fase di ridiscussione con le banche alleate. Ma se (o quando) la questione-risorse dovesse porsi e anche all’accomandita venisse chiesto, plausibilmente dalle stesse banche, un nuovo «contributo per lo sviluppo», quanti dei circa 100 azionisti sarebbero disponibili a rispondere? O semplicemente in grado di farlo? Pochi, secondo le fonti finanziarie che accreditano «l’orientamento a vendere».

E, anche se l’obiettivo reale (e realistico) fosse monetizzare la rottura, il tutto spiega perché a Detroit appaiano più preoccupati che non a Torino. E perché, dietro le quinte, i legali lavorino già a pieno ritmo.

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